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Vecchio e nuovo si mescolano nel nuovo Incubus, il risultato finale però non convince

Il percorso artistico degli Incubus prosegue ininterrottamente dal 1991 ad oggi. 8, l’ottavo lavoro di studio della band di Calabasas, rappresenta un punto di passaggio tra il vecchio e il nuovo sound della formazione californiana, che ha iniziato a farsi conoscere più di 25 anni fa andando in tour come spalla dei Korn.

Gli Incubus, con una longeva ed onorata carriera all’attivo, sono ancora uniti ma stanno prendendo nuove strade: 8, arrivato a sei anni di distanza dal disco If Not Now, When? e a due dall’EP Trust Fall (Side A), è stato rilasciato dopo un periodo di tempo utilizzato da Brandon Boyd e Mike Einziger per dedicarsi ad altri progetti: il cantante ha incanalato le sue energie nell’arte ma anche in un side-project chiamato Sons of the Sea (con il produttore Brendan O’Brien), mentre il chitarrista ha collaborato con il musicista tedesco Hans Zimmer e con l’ex re del dancefloor Avicii (per la parte strumentale della hit Wake me Up).

Il sentore che qualcosa nel suono degli Incubus sarebbe cambiato è arrivato già prima del rilascio ufficiale di 8, quando è stata annunciata la presenza di Skrillex nel ruolo di producer. Coloro che seguono il gruppo dai ruvidi inizi nu-metal si saranno sicuramente chiesti come possa essere nata questa collaborazione con l’autore di Bangarang, fino a poco tempo prima del tutto inimmaginabile. A Boyd e soci, però, piace evolversi e sperimentare, senza contare che l’attitudine metal-punk che accompagnava le loro prime pubblicazioni ha lasciato il posto a brani molto più soft ed orecchiabili da A Crow Left of the Murder (2004) in poi.

In 8, come nei capitoli precedenti, la pulizia delle registrazioni e degli arrangiamenti rimane, unita alla tecnica senza sbavature dei musicisti (oltre a Einziger, anche Ben Kenney, Chris Kilmore e José Pasillas) e del frontman. Ci sono però delle virate pop-rock e alcuni inserti sonori che segnano un deciso distacco dal passato, come quelle contenute nel singolo Nimble Bastard – la cui uscita è stata accompagnata da un video-clip piuttosto demenziale – oppure nel brano State of the Art. Sono stati inseriti anche i pezzi Loneliest – ispirato a Blackstar di David Bowie – e When I Became a Man, intermezzo di quasi un minuto canticchiato in maniera goliardica da un Brandon Boyd autoironico e divertito.

L’apertura di Love in a Time of Surveillance, omaggio alla connessione internet a 56k, riporta la mente ai tempi di Morning View: anche il resto del brano ricorda Just a Phase, ma non è certo coinvolgente come il suo predecessore. Probabilmente nessuna delle tracce contenute in 8 avrà la stessa portata di Drive, Wish you Were Here, Are You In?, Megalomaniac o Love Hurts, ma ognuna di loro andrebbe comunque ascoltata con attenzione, senza pregiudizi o aspettative. A fine ascolto pare che la band non abbia ancora trovato la formula giusta. 8 è un lavoro di passaggio, che non fornisce troppe certezze su cosa vorrà fare la band nei prossimi anni.

Mara Guzzon

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