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I Judas Priest non arretrano di un millimetro

Sembra incredibile che i Judas Priest siano ancora in piena attività. Dalla reunion con Rob Halford del 2003 ne è passata di acqua sotto i ponti. Inizialmente le cose non andavano benissimo, la band appariva scarica in studio e convinceva relativamente dal vivo: era sempre bello vederli live, ma sembrava mancasse la grinta dei bei tempi, la convinzione e forse anche la tenuta fisica. Dopo l’ingresso in formazione del “giovane” (rispetto ai fondatori Hill e Halford entrambi classe ’51) Richie Faulkner invece (al posto di KK Downing, dimissionario non senza polemiche) la terza giovinezza della leggendaria metal band ha avuto ufficialmente inizio.

judas-priest-firepowerQuello che avrebbe dovuto essere l’ultimo tour di sempre, diventò una lunghissima serie di show dove la band andava a cento all’ora; Rob Halford vocalmente aveva recuperato in modo incredibile, i concerti duravano oltre due ore e la voglia di continuare superò i propositi di abbandono. Arrivò così Redeemer Of Souls (recensito positivamente sul numero 74 di Onstage Magazine) e relativo scintillante tour di supporto. Eccoci ora, quattro anni dopo, a parlare di Firepower, diciottesimo sigillo in studio ed ennesima dimostrazione di cuore e vitalità infinita da parte di un gruppo fondamentale per la storia della musica pesante.

Chiariamoci subito: l’album è un lavoro onesto, convinto e caparbio, che mette in mostra la voglia di fare musica che ancora alberga nell’animo di chi ha contribuito a consolidare l’heavy metal nel Regno Unito e ne ha scritto pagine indimenticabili. Non si tratta ovviamente di un disco memorabile, ma nessuno chiedeva questo ai Priest. Potremmo paragonare Firepower a 13 dei Black Sabbath, antesignani del genere che anche i Priest abbracciarono sul finire dei Settanta. Un lavoro per i devoti alla musica del diavolo, per chi non ha alcuna intenzione di smobilitare pelle e borchie nonostante gli -anta siano passati da un pezzo. Ed è un bene che sia così, anche se forse la tracklist avrebbe potuto risparmiaci qualche filler di troppo e terminare alla canzone numero 10.

I brani da ricordare in ogni caso ci sono, ed è commovente sentire il riff che apre il lavoro con Halford che si sgola come fossimo ancora in piena era Painkiller. Lightning Strike, Necromancer e Rising from Ruins sono probabilmente gli episodi migliori di un platter che scorre piacevolmente, ricordandoci che quando questi signori smetteranno, il vuoto sarà davvero difficilmente colmabile. Fino ad allora sentiamoci liberi di urlare Priest Priest Priest con orgoglio immutato, rivolgendo un pensiero al povero Glenn Tipton che ha recentemente dovuto abbandonare la band dopo aver contratto il morbo di Parkinson.

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