Onstage
Justin Timberlake filthy video

Il ritorno di Justin Timberlake è (purtroppo) un’occasione persa

Sarà capitato a tutti, guardando Masterchef Italia, di imbattersi nel termine mappazzone, usato dallo chef emiliano Bruno Barbieri per schernire i piatti non all’altezza dei cuochi in gara. Per chi fosse poco avvezzo ai programmi di cucina, o in generale alla deriva trash della televisione italiana, per mappazzone si intende un piatto organizzato alla rinfusa, troppo abbondante, privo di anima e senza stile, in genere destinato alle bettole, molto comuni in Emilia Romagna.

justin-timberlake-man-of-the-woods-recensionePerché tutto questo preambolo? Perché Man of the Woods, il nuovo e quinto album di Justin Timberlake è una sorta di mappazzone musicale. Spiace dirlo, ma c’è davvero poco da salvare. L’impressione è che il nuovo di JT sia davvero lontano dalla sua versione migliore, ovvero quella di innovatore della musica pop. Il tempo passa per tutti, certo, ma a cinque anni di distanza da un progetto elegante e ben definito come The 20/20 Experience, il Nostro torna con un album senza capo né coda. Country, funk, r&b, folk e tante altre influenze non aiutano a dare fluidità all’ascolto. Man of the Woods, prodotto dallo stesso Timberlake insieme a “pezzi da 90” come The Neptunes, Timbaland, Danja, Eric Hudson e Rob Knox, non è altro che un timido tentativo di stare al passo con i tempi senza il guizzo vincente.

Prima della pubblicazione, Justin Timberlake, nel trailer di presentazione, aveva detto che questo sarebbe stato il disco più personale della sua carriera, ispirato da suo figlio, da sua moglie e da tutta la sua famiglia, e su questo non possiamo dargli torto. A noi comuni mortali però, rimarrà davvero poco. Dei 16 brani, che compongono la release per 66 minuti complessivi di ascolto, quelli che si salvano si possono contare sulle dita di una mano.

Filthy, brano di apertura caratterizzato da una iper produzione, è probabilmente l’episodio più fortunato e che più si discosta da tutto il resto. Così come il video futuristico di accompagnamento. Higher Higher e Supplies, invece, sono le canzoni più attuali del lotto. Pensate, probabilmente, per sopravvivere nel mercato contemporaneo. Per chiudere, Say Something con Chris Stapleton e Livin’ off the Land sono i pezzi che si avvicinano maggiormente a quell’idea di “uomo dei boschi” grazie a sonorità che ricordano il suo Tennessee d’origine. I brani restanti navigano attorno alla sufficienza, dando l’impressione di essere perlopiù dei riempitivi.

Le aspettative dietro a questo progetto erano davvero alte. E se ti chiami Justin Timberlake aspettarsi il meglio da te, è il minimo. Tuttavia, Man of the Woods appare come una grande occasione sprecata e si posiziona un gradino sotto i precedenti lavori. Nonostante ci sia poco da salvare, è doveroso dire che ci vorrà ben altro per intaccare anche solo di un minimo la luminosa carriera del poliedrico artista americano.

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