Onstage
Kasabian For Crying Out Loud

In For Crying Out Loud i Kasabian sono tornati alla guitar music (o quasi)

In un’intervista, pubblicata prima dell’uscita di For Crying Out Loud, Serge Pizzorno aveva detto che il nuovo disco dei Kasabian avrebbe, testuali parole, «salvato la guitar music dall’abisso». Per questo, con tutto il rispetto per una band che comunque negli anni ha inanellato tutta una serie di pezzi da 90, e di cui conosciamo profondamente il potenziale, rileggere questa dichiarazione a distanza di qualche settimana dall’uscita dell’album lascia un po’ l’amaro in bocca.
Kasabian For Crying Out LoudE’ vero: la guitar music purtroppo oggi come oggi naviga un po’ in cattive acque, anche perché ci sono altri generi musicali che la insidiano, ma non faccio a meno di chiedermi quale tipo di guitar music, o quale band precisa, abbia avuto in mente Pizzorno quando ha rilasciato quella dichiarazione.

I Kasabian amano il rock schitarrone vecchia maniera, è un fatto assodato, anche se il più delle volte si lasciano tentare dalle sperimentazioni e contaminazioni più disparate, e anche ardite, come il funk, la disco e l’elettronica così protagonista nel predecessore 48:13, che li collocano in una posizione ibrida rispetto al panorama rock più tradizionale.

Le chitarre sì, questa volta ci sono, è vero, e si fanno sentire in pezzi come Wasted e Put Your Life On It, ma in realtà nel resto di For Crying Out Loud, a parte alcune eccezioni, sembrano fare soltanto da contorno ad altri elementi, più protagonisti.

Forse Pizzorno ha maturato tutto l’epico discorso del salvataggio del classic rock dopo quell’overdose di synth che è 48:13 (che è comunque un buon disco, che ha anche ottenuto un ottimo successo commerciale, ma in cui la band ha dimenticato un po’ le sue origini), come volesse farsi un promemoria, un buon proposito per il futuro. Che poi però non si è concretizzato più di tanto.

A partire dalla catchy opener Ill Ray (The King)For Crying Out Loud raccoglie tutta una serie di brani che scorrono via veloci e senza troppo impegno, dal singalong facile, e il pubblico di fedeli appassionati della band può ritenersi ampiamente soddisfatto (c’è anche molto materiale, diciamo così, ballabile).

Anche se a dire la verità manca un pezzo dirompente come eez-eh, primo singolo estratto da 48:13, che nonostante la super produzione risultava molto più autentico rispetto ad una fiacca You’re In Love With A Psycho, che pur risultando un tormentone efficace non trasmette la stessa scarica elettrica. La sensazione generale è che questa volta i Kasabian non abbiano voluto osare più di tanto, preferendo andare sul sicuro e replicando il loro riconoscibile pattern.

Al tempo stesso però, ed è proprio quello che ci fa mangiare le mani, nel disco ci sono due perle notevoli come Good Fight e God Bless This Acid House, che strizzano l’occhio alla scuola britpop, ma in modo molto più brillante e originale. Abbiamo la prova che i Kasabian possono fare molto, ma molto di più quindi, se vogliono davvero provare a salvare la guitar music, vediamo come andrà la prossima volta.

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