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L’equilibrio precario dei Korn è ciò che ancora oggi li rende inarrestabili

The Nothing è il tredicesimo album dei Korn. Tanti dischi, tanti anni e tante vicissitudini ci allontanano da quel portentoso esordio dell’omonimo album datato 1994 che ha dato i natali al nu metal, remunerativo filone che definire modaiolo sarebbe restrittivo. E alzi la mano chi si aspettava qualcosa non dico di nuovo ma almeno di fresco e vitale da Davis e soci, ora che il genere di cui sono di diritto i maggior esponenti è rinsecchito, polveroso e stantio. Sorpassato.

Ascoltate il sorprendente bridge di The Loss, e scoprirete che è davvero qualcosa di vivo, ispirato, potente, tutt’altro che sorpassato. Seppur ossequioso nei confronti del loro passato che come detto, coincide con quello di un genere intero.
The Nothing riesce ad essere all’avanguardia dal punto di vista sonoro, riempie letteralmente il tuo mondo uditivo grazie all’onesto lavoro di Nick Raskulinecz, produttore perfetto per rendere al meglio il suono di gruppi che ne hanno uno già deciso e rodato, senza bisogno di stravolgimenti e aggiustamenti. Un uomo che sa lavorare con i veterani del genere senza essere invasivo e alterare qualche personalità scomoda e dall’ego delicato quanto ingombrante (leggi alla voce Alice In Chains, Foo Fighters).

I Korn sono una delle poche band contemporanee ad essere nota in tutti i suoi elementi. Ognuno dei musicisti ha una sua storia (spesso condita di luci e tante ombre) un suo stile sia sonoro che visivo, e quando pensiamo a loro non ci immaginiamo solo Jonathan Davis con il suo kilt, la sua postura alta e leggermente incurvata, la sua espressione perennemente sofferta e il suo headbanging convulso (una volta ha talmente scosso la sua testa da svenire sul palco) che imbraccia il suo strumento preferito, la cornamusa (che ci accoglie all’interno di The Nothing con l’iniziale lamento The End Begins).
Si affollano alla nostra mente anche lo sguardo allucinato di Munky con le sue treccine e i suoi riff spaccaossa, l’espressione dolce ma un po’ lontana di Head che abbiamo rischiato di perdere nell’abisso della pazzia, che porta i suoi suoni tipici del Korn sound e che tanto ci sono mancati nel medioevo in cui il musicista si è allontanato dal gruppo (2005/2013), la figura un po’ scimmiesca di Fieldy e il suono metallico tipico delle corde del suo basso che oscillano come quelle per stendere i panni.

É proprio la sezione ritmica che funziona alla grande e stupisce con la sua precisione, potenza e impatto sonoro. Se anche ascoltassimo solo i due strumenti senza gli altri avremmo comunque un tappeto di suono invalicabile. E Fieldy con Ray Luzier, batterista in organico dal 2007, funzionano a meraviglia, con buona pace del livorosissimo dimissionario (licenziato, in realtà), David Silveria, quello che vediamo nei loro vecchi video, A.D.I.D.A.S. e Got The Life, ma anche nel piccolo capolavoro Freak On A Leash e tanti altri. Un volto che abbiamo però imparato a lasciar andare, perché anche live Luzier è inserito dentro il contesto in maniera efficiente e brutale.

Di brutalità in questi Korn del 2019 ce n’è ancora tanta. Gli ingredienti ci sono tutti come, diciamocelo, c’erano anche nel precedente The Serenity Of Suffering. C’è tanta azzeccata melodia, come c’era in The Paradigm Shift. Ascoltate la nuova Can You Hear Me e troverete il gusto per il sound eighties e per il synth che comunque era sperimentato in TPS del 2013. Questi ultimi due album citati però, se pur buoni, non avevano la convinzione che ha The Nothing, che da solo garantirà ancora anni di vita al gruppo che è riuscito a scrollarsi di dosso le contraddizioni del nu metal, tanto amato vent’anni fa e tanto criticato dai voltagabbana di oggi. I Korn sono un’entità a parte, e solo loro potevano avere la potenza indipendente di emanciparsi da quel pantano che ha prodotto tanti soldi ma che forse non ha mai avuto un’anima vera.

The Nothing presenta dei pezzi calibrati in maniera perfetta tra melodie catchy, stacchi di potenza inaudita e cavalcate strumentali mai banali. C’è divertimento, furia, la capacità unica che aveva il nu metal di non prendersi troppo sul serio, ma al tempo stesso di affrontare ed esorcizzare tematiche drammatiche, pesanti, fatali in molti casi.
Questa duplice unione tra divertimento sfrenato, sfogo primitivo di rabbia e potenza proveniente dai meccanismi tipici del metal, le melodie e testi rivolti a chi soffre del passaggio tra adolescenza e maturità definitiva, ne ha decretato il successo planetario, e ancora oggi i Korn possono recuperarne le peculiarità oggettive. Idiosyncrasy e Gravity Of Disconfort sono l’esempio più fulgido di questo equilibrio perfetto di forze. Melodia, potenza. Un disco che riesce ad essere anche eterogeneo nel suo mantenersi sempre bene o male coerente, grazie a pezzi come Finally Free (che richiama le potenze melodiche di Issues, punta massima nella loro discografia da questo punto di vista) e arrabbiato, animalesco, in episodi come H@rd3r e The Ringmaster.

The Nothing è bello, divertente, potente, pieno di vita. Una luce artistica in contrasto con la pena lirica che traspare dal cantato di Davis, influenzata inevitabilmente dagli episodi drammatici legati alla tragica sorte della sua ex moglie. Questo rende ancora più ispirato il cantato e innalza il valore artistico di un album che non è una vera e propria rinascita, ma è come se dopo parecchi chilometri lungo una strada dritta e monotona scopri una marcia in più che pensavi non avere.

I fan dei Korn li avrebbero seguiti ovunque nel bene e nel male, e scoprire che i ragazzi hanno ancora voglia di stupire, di essere i primi, non può che farci piacere. The Nothing sarebbe il niente, e nel titolo c’è la prima delle tante contraddizioni di un album che fa dello spiazzamento e dell’appagamento inaspettato il suo massimo pregio.

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