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Il nuovo album degli LCD Soundsystem è un capolavoro senza tempo

È inutile che tenti di trovare dei giri di parole: adoro le band che si prendono il proprio tempo. In un’epoca di algoritmi che favoriscono l'”adesso e ora” e dove notizie, eventi, opere ed emozioni vengono macinate a una velocità insostenibile trasformando istantaneamente l’eccitante presente in un banale passato, trovo confortante che esista ancora qualcuno che se ne freghi dei ritmi imposti dalla società e preferisca prendersi il tempo che serve per rifinire, curare e coccolare le proprie fatiche.

In questo senso la notizia che James Murphy a un certo punto abbia deciso di interrompere il percorso degli LCD Soundsystem per dedicarsi (tra le altre cose) alla creazione di una sua personale miscela di espresso è a dir poco meravigliosa. Da una parte c’è chi venderebbe la famiglia per azzeccare un singolo e cavalcarne l’onda; dall’altra c’è lui, che marchia a fuoco il suono di New York del ventunesimo secolo con tre dischi epici e poi decide che ha bisogno di una pausa caffè.

Passano quindi sette anni, e American Dream – quarto album della formazione Newyorkese – si materializza nel mio hard disk al crepuscolo dell’estate sfoggiando una copertina talmente impresentabile che non potrebbe nemmeno ambire al ruolo di artwork provvisorio. Ma io – colto da un brusco quanto inaspettato slancio punk – la prendo bene, sperando in una corroborante vittoria della sostanza sulla forma.

E bastano le prime note della languida Oh Baby per capire che mai speranza fu meglio riposta: il tempo si cristallizza, i secoli si confondono e questo immenso ritornello che si srotola in un cupo crescendo mi lascia inerme a fissare il vuoto, mentre nell’aria riecheggiano le lancinanti parole finali di Murphy (There’s always a side door into the dark).

A tirarmi fuori da questo incantevole buco nero ci pensano il freddo funk psichedelico di Other Voices, l’incedere risoluto di I Used To e i virtuosismi dissonanti di Change Yr Mind, prima che i quasi 10 minuti dell’arrabbiato brano centrale del disco (How Do You Sleep?) mi catapultino in un sogno drogato senza uscita.

Mentre intorpidito mi sto ancora godendo le ultime sbavature di synth zeppo di riverbero, i bassi di Tonite mi assestano uno schiaffo tremendo scaraventandomi in uno scantinato buio e sporco della Grande Mela, e intorno a me ci sono solo fumo e luci stroboscopiche. L’eclettismo è cosa buona e giusta quando sei un fuoriclasse.

Proprio quando credo che ora – soprattutto dopo una doppietta di questo calibro – sia giunto il momento di testimoniare un’inevitabile leggera flessione ispirazione, ecco materializzarsi il dritto rock sapientemente (auto)citazionista di Call The Police, la perfetta ballad in sei ottavi che da il titolo all’album, il Post-Punk (con doppia P maiuscola) di Emotional Haircut e il mastodontico, sconvolgente e definitivo finale.

Scorrono i titoli di coda, in sala cala il buio e faccio fatica a realizzare che le mie orecchie abbiano appena ascoltato quello che senza dubbio si può definire un capolavoro moderno. Un’opera rifinita, curata e coccolata. Senza tempo.

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