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Lenny Kravitz sa ancora come si fa

Raise Vibration di Lenny Kravitz arriva a quattro anni da Strut, album di cui poco o nulla rimane nella memoria artistica del pubblico musicale. Nemmeno questa volta l’enciclopedia universale del rock verrà ampliata di un capitolo imprescindibile, ma sarebbe sbagliato non riconoscere a Lenny Kravitz uno status ormai consolidato di rockstar, in un periodo storico in cui il ruolo è quanto mai depotenziato se non in via d’estinzione.

L’undicesimo album del musicista newyorkese non aggiunge nulla al contributo immenso che Lenny ha donato alla sua generazione, ma nemmeno toglie. Quando decide di uscire sul mercato non passa mai inosservato. E’ inoltre uno di quei musicisti il cui livello non va mai al di sotto della qualità assicurata da anni di esperienza e di militanza nelle zone altissime delle classifiche, unite a una passione innata verso il suo mezzo di comunicazione e di espressione, la musica.

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Lenny, nel 2018, è un prodigio musicale di 54 anni. Fisicamente e artisticamente è qualcosa che va oltre le leggi terrene. Raise Vibration è come una delle sue foto che spesso e volentieri sono copertina dei suoi album: sbeffeggia le mode e il calendario. Punta sul mestiere, sulla proiezione del suo riconosciuto superdivismo in un album che come di consueto è cartolina del suo spirito artistico. Un lavoro che va ascoltato immaginando che ogni elemento sia prodotto dall’artista principale stesso, nel suo studio musicale alle Bahamas, dalla prima all’ultima nota di batteria e basso di chitarra, piano e sintetizzatore.

Raise Vibration utilizza il soul e il funky come motore trainante di testi che mai come ora puntano alla contestazione contemporanea, alla società moderna e ai suoi abusi. Forte è anche il posizionamento anti militarista unito a messaggi di amore universale, almeno nella prima parte del disco; una scelta molto incisiva sia dal punto di vista musicale che dei testi. Nella title track Lenny usa un linguaggio universale per veicolare messaggi di autodeterminazione, scomodando Gandhi e iconografie bibliche per condannare l’uso delle armi per farsi ascoltare nel mondo.

Le armi e il sistema sono prese di mira anche nella polemica It’s Enough. Anche in questo disco Lenny usa come filo comune l’amore come concetto superiore, da ricercare nella sua forma più pura e onnicomprensiva, panica. ‘Sono alla ricerca della maestosità dell’amore, è un’ardua ricerca, ma l’unico posto dove voglio stare è qui con te, sotto questo cielo’ dice in The Majesty Of Love, come è chiaro il messaggio di Here To Love, ‘non siamo qui per giudicare, siamo qui per amare’, così anacronistico in un mondo dove il giudizio e l’opinione a tutti i costi sta contaminando in male il pensiero umano.

La prima parte è quella più incisiva dal punto di vista del messaggio. L’apertura è affidata a We Can Get It All Togheter, dove cita e ringrazia il padre per aver reso possibile la sua vita. Il contraltare si trova nella profonda ballata dal risonante titolo Johnny Cash, che invece pone sul piedistallo la perdita per l’amata madre: nel pezzo paragona l’amore per la madre appunto a quello mitico che ha legato Cash alla sua compagna di una vita June Carter, in una favola immortale di un amore sanguinoso e che brucia l’anima.

Nel primo troncone dell’album troviamo anche il singolone spaccaclassifica Low, uno dei numerosissimi episodi della discografia di Lenny prodotti con il chiaro intento di farli vivere e prosperare da soli, totalmente disconnessi dal discorso generale dell’album, e con l’obiettivo di infiltrarsi prepotentemente dove il pop spadroneggia con tutt’altro tono e contesto.

Nella seconda parte del disco sembra che Lenny si concentri con tutte le forze al consolidamento del suo bacino di fan, al soddisfacimento totale delle sue esigenze musicali, in una specie di after party dopo le fatiche della prima mezz’ora.

Qui si va piacevolmente con il pilota automatico, affidando al funky e al soul le atmosfere preponderanti. Si va dalla ballata calda e avvolgente tipica del suo sound (Gold Dust), leggera e melodica e dal sapore spirituale, fino a 5 More Days ‘Till Summer, calibrata appositamente per la mancanza di impegno che alleggerisce un pezzo che deve salire verso il soffitto delle classifiche. Tuttavia dal testo emerge una certa amarezza nei confronti della sua carriera musicale, così lunga e al servizio di un meccanismo che non condivide appieno. Si chiude con le atmosfere leggiadre di Ride e I’ll Always Be Inside Your Soul, quasi erotiche, come solo calibri come Marvin Gaye e Prince riuscivano a creare.

Raise Vibration è un ulteriore episodio nella lunga carriera di Kravitz, artista necessario per la nostra cultura non solo musicale. Lenny non rivoluziona più la musica e non regala più episodi imprescindibili nel rock moderno come Mama Said o Are You Gonna Go My Way, e il rock è forse l’unico grande assente nelle ultime produzioni.

Ma Lenny, che lo crediate o meno, ha superato di un po’ la soglia dei cinquant’anni. La furia giovanile è finita ma, sia fisicamente che musicalmente, Kravitz rimane un’icona che vive delle sole regole del divismo e del mito, che sono ben diverse dalle nostre. Raise Vibration nel complesso si lascia ascoltare e ci fa divertire, ci accarezza con sensualità, ci parla con sfacciataggine e sincerità.

Voto Album:

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