Onstage
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Lily Allen nasconde la ruggine coi lustrini ma non convince fino in fondo

Era il maggio del 2014 quando Lily Allen presentava al mondo il suo Sheezus, l’ultimo album prima di una lunga pausa, discograficamente lunghissima, un’infinità se il tuo non è uno di quei nomi altisonanti. Ad un passo dall’oblio, Lily fa il suo ritorno sulla scena con No Shame, uscito l’8 giugno 2018.

lily-allen-no-shameIl caos. Sì, perché modifica ulteriormente l’idea che mi ero fatto dell’artista londinese da It’s Not Me, It’s You, il suo secondo album, ad oggi. Alla ribalta con Not Fair, un pezzo decisamente country, che tuttora non smetto di canticchiare, e con il successone Fuck You, il vero motivo per cui si è fatta conoscere al grande pubblico. Poi arriva Sheezus, disco di cui sopra, che ne certifica le attitudini prettamente pop e che ce la presenta come una Katy Perry d’Oltremanica, seppur con esiti differenti; nel dubbio, riascoltate la sua Hard Out Here, e dico riascoltate, perché vi ci sarete sicuramente imbattuti. 

Arriviamo a No Shame, al quale mi avvicino con Lost My Mind, il brano più a fuoco di tutto il disco, dove una produzione freschissima, in un’atmosfera quasi tropicale, incontra una Lily che pare essersi ripresentata più in forma che mai. Il resto non è purtroppo sullo stesso livello, anche se in altri quattro episodi la capacità di Lily coglie nel segno: parlo di Pushing Up Daisies, Family Man, Waste e, appunto, Lost My Mind. Brani in cui emerge il giusto mix tra una voce fortemente riconoscibile e delle produzioni mainstream, senza troppi lustrini.

Le rimanenti tracce di No Shame mancano un po’ di incisività, di quella trasudante strafottenza degli album precedenti, risultando anonime all’ascolto. Una prova altalenante per la Allen, una ripartenza per riposizionarsi sulla mappa che riesce in parte e la cui efficacia dovrà essere valutata in modo completo da qui ai prossimi due anni.

Voto Album:

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