Onstage
FOTO-IDAYS-MONZA-KIWANUKA

Kiwanuka si conferma artista assoluto

Se c’è un artista che negli ultimi anni ha sbaragliato tutti, in un’era dove la modernità e i beat elettronici la fanno da padrone, questo è Michael Kiwanuka. Classe 1987, londinese di nascita ma di chiare origini africane (i genitori scapparono dall’Uganda in piena guerra civile), con Love & Hate, il disco che lo fece conoscere anche al grande pubblico, aveva raggiunto un obiettivo non facile di questi tempi: essere un cantautore contemporaneo capace di incidere qualcosa che potesse piacere anche ai genitori dei molti teenager che oggi decidono a botte di streaming le sorti di ogni artista.

Kiwanuka non si posiziona nel segmento del rap di critica sociale, segmento che oggi trova proprio nel suo conterraneo Stormzy uno dei principali artefici mondiali. No. Lui ne esce come il “vecchio ragazzo” che vive ancora in una bolla di ascolti composta da vinili soul e R’n’B radicati negli anni Sessanta e Settanta. Con, rispetto al fortunato predecessore, quel tocco di modernità che emerge il giusto grazie al tandem produttivo composto da Danger Mouse e dal produttore hip hop Inflo. Il resto lo fa quella che è una delle voci più ipnotiche ed affascinanti degli ultimi anni.

Con Kiwanuka, Michael non continua il percorso del singolo Money uscito la scorsa estate, brano che sembrava arrivare dal settore più pop della Motown e che resterà un capitolo a sé stante (al punto di non trovare spazio nella tracklist di questa nuova fatica).
Il terzo capitolo della sua carriera, sofferto perché arriva dopo cinque anni difficili dal punto di vista personale, è un percorso di riscoperta personale ma soprattutto un viaggio musicale dove il retrogusto analogico si incontra con i campionamenti di chi lottò per i diritti civili e i problemi personali (Michael Kiwanuka soffrì di ansia e poca autostima) si mescolano all’attivismo politico.

Canzoni groovy come il singolo You Ain’t The Problem che parlano di un amore non facile (“Ho vissuto una bugia, l’amore è il delitto”) o brani più riflessivi che poi esplodono nel gospel centrale di I’ve Been Dazed, sono l’autoterapia fatta mediante un contatto diretto con Dio. Oppure un apparentemente filler come la breve Another Human Being, contiene un messaggio politico sull’accettazione delle persone di colore che poi svolta in una sofferta Living In Denial. Ma il messaggio più pesante è quello di Hero, dove il “E’ nei telegiornali ancora, credo ne abbiano ucciso un altro” accosta idealmente il razzismo del passato con gli episodi odierni.

Un album fortemente politico che si chiude con la positività e il senso di libertà della conclusiva Light, un disco che conoscendo il background personale del musicista (emerso nelle numerose interviste lasciate alla stampa britannica in queste settimane) si apprezza ancora di più. Un’opera sentita, un lavoro che consacra il musicista ugando-londinese come uno degli Artisti di assoluto valore, dal punto di vista vocale e politico, della nostra epoca.

Voto Album:

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI