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Post Traumatic di Mike Shinoda è un disco catartico e necessario

A pochi mesi dall’uscita dell’omonimo EP, Mike Shinoda pubblica il suo primo album in studio da solista: Post Traumatic. Diciamo che è strano. Sono passati meno di 11 mesi dalla scomparsa di Chester Bennington, frontman dei Linkin Park, e abbiamo già per la mani un disco di Mike Shinoda.

Le reazioni sono miste. La maggior parte di chi commenta è fan, dei Linkin Park come di Shinoda stesso, e ha provato dolore e ha elaborato in minima parte un lutto che ha comprensibilmente disgregato l’intero modo dell’artista statunitense. Dall’altra parte ci sono quelli un po’ più lucidi e cinici, che vedono la scritta Post Traumatic e pensano sia di cattivo gusto, perché quelle due parole compaiono nei negozi, sulle copertine dei dischi, sui poster dei prossimi concerti. Il Post Traumatic Tour. “Troppo presto”, dicono. Ma è davvero troppo presto?

Non per fare parallelismi a tutti i costi, ma non è la prima volta che succede qualcosa del genere. Il 5 aprile 1994 Kurt Cobain si tolse la vita, il 4 luglio 1995 Dave Grohl pubblicò il primo disco con i suoi Foo Fighters. 9 mesi. Oggi chi recriminerebbe all’attuale sovrano del rock mainstream di non aver aspettato abbastanza?

mike-shinoda-post-traumatic-copertinaAllora la vera domanda è: chi è Mike Shinoda? Rapper, cantante, polistrumentista, produttore. E non ha forse già perso abbastanza nell’ultimo anno? Cosa avrebbe dovuto aspettare, esattamente? Il suo diritto a continuare a lavorare, creare ed esprimersi è sacrosanto ed è per questo che è bello avere questo album per le mani, anche a prescindere dal suo contenuto. Contenuto che per forza di cose è massiccio. Una serie di finestre aperte su scorci intimi, emozionanti, talvolta scomodi, ma sempre pregni di quel fascino tipico del “tratto da una storia vera”.

L’opener Place to Start racchiude alcuni messaggi vocali di chi, preoccupato per lo stato emotivo di Mike, esprime cordoglio e preoccupazione. Come sta Mike? A questa domanda risponde il diretto interessato in sedici tracce. La prima parte del disco è ovviamente lancinante. Dolore senza troppi filtri, condensato in graffianti rime su basi elettroniche.

La svolta arriva a metà tracklist, con Crossing A Line. Palesemente uno dei pezzi più importanti di Post Traumatic. “And they’ll tell you I don’t care anymore, And I hope you’ll know that’s a lie”. Consapevolezza e sincerità. “I’m trying to make sense of what no one can explain”, dice invece nell’ultimo singolo Ghosts. Per dare un senso a questa sua produzione Mike sembra fuggire quindi da una vera e propria direzione, assecondando ogni istinto e ogni scintilla di ispirazione. Mettendo nero su bianco ogni pensiero, caustico o seminale che sia. Qualche guizzo ricorda il suo contributo alternative hip-hop nei Linkin Park, anche se le tracce più aggressive, quelle strettamente rap, sono meno efficaci di quelle più catchy tipiche dello Shinoda produttore, quello con l’orecchio buono per le melodie.

Sorprende vedere come l’istinto e l’urgenza di queste canzoni non abbiano offuscato il talento creativo di Mike. La forma – differenza del contenuto emotivamente caotico – è quasi sempre a fuoco, un pop lucido capace di sedimentare e rendere piacevole l’ascolto di un messaggio così massiccio. Il risultato, che non può ovviamente prescindere dal contesto, è un disco catartico e necessario. Per Mike e per tutti i fan dei Linkin Park.

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