Onstage

Morrissey non indossa maschere nemmeno questa volta. Ed è un bene

Tempo fa, qualcuno ha detto “È meglio essere odiati per quello che si è, piuttosto che essere amati per ciò che non si è”. Questa frase, pur non essendo un parto della mente di Morrissey, può essere tranquillamente applicata anche al cantautore inglese. Steven Patrick Morrissey è sempre stato trasparente come l’acqua. Il suo essere costantemente sopra le righe non è di certo una maschera, ma un modo di mostrare al mondo i propri pensieri, senza filtri né falso perbenismo. Per dirla alla Smiths, “Bigmouth Strikes Again”, il “chiacchierone” torna a colpire, ancora una volta, con il suo undicesimo disco solista Low in High School.

morrissey-low-in-high-schoolChe, come di consueto, questo non sarebbe stato un album all’acqua di rose era facilmente intuibile dai mesi precedenti alla pubblicazione del lavoro. La scorsa estate infatti, Morrissey è di nuovo balzato agli onori delle cronache per le sue vicende con la polizia romana e per aver paragonato l’Italia alla Siria, con tanto di cancellazione preventiva di un tour nel Bel paese a dire il vero neanche mai annunciato. Per non parlare della copertina di Low in High School, che ha immediatamente fatto scattare l’allarme nella Gran Bretagna conservatrice, che non ha voluto in molti negozi quel ragazzino armato d’ascia pronto ad attentare all’autorità della Regina.

Una questione, quella contro la monarchia inglese, aperta da sempre per l’ex Smiths, e che lo accompagnerà fino alla fine dei suoi giorni. Come la sua costante mania di mescolare vita privata a politica (“Society’s hell/you need me, just like I need you” in apertura con My Love, I’d Do Anything for You), in una sempiterna contraddizione tra misantropia e desiderio ardente di condividere con un’anima gemella che non potrà mai esistere questi pensieri e queste convinzioni.

Tanto vale quindi, abbandonarsi all’autoindulgenza e rimanere a letto tutto il giorno, da soli. Spent the Day in Bed, il primo, potentissimo singolo estratto dall’ultimo disco di Moz, non è solo un invito a concedersi per una volta di essere buoni con se stessi, ma anche di andare contro il sistema, non presentandosi al lavoro e smettendo di dare retta ai telegiornali, che fanno di tutto per farci sentire piccoli e abbandonati, privati del nostro stesso pensiero razionale.

Un malessere esistenziale interpretato alla perfezione anche dalla protagonista di Jacky’s Only Happy When She’s Up on the Stage, che riesce ad essere solo se stessa sul palco, cibandosi degli applausi del pubblico, ma terribilmente sola e disorientata quando si spengono le luci della ribalta. È evidente, quindi, che la solitudine sia una delle colonne portanti di Low in High School. Come quella del soldato semplice ritratto in I Bury the Living, uno dei pezzi più complessi strutturalmente dell’intero lavoro, all’interno del quale si intersecano chitarre elettriche, suggestioni morriconiane e tanto piano.

E proprio nonostante l’algida inaccessibilità di fondo, la stragrande maggioranza delle composizioni di Morrissey, in un mix stratificato di rock, pop, elementi orchestrali e world music, risulta orecchiabile in modo sorprendente. Prendete I Wish You Lonely, Who Will Protect Us from the Police? o meglio ancora, la se non altro apparentemente positiva All the Young People Must Fall in Love, e cercate di togliervi dalla testa i rispettivi refrain.

E mentre infiamma la polemica per le dichiarazioni del cantante riguardo il caso Weinstein e lo scandalo di Kevin Spacey, possiamo affermare con certezza che Moz non indosserà mai maschere. L’arrogante presunzione di dire e cantare tutto ciò che gli passa per la testa, piaccia o meno, non ha pari. Così come le sue doti compositive ed esecutive, da crooner (o predicatore) di altri tempi, arroccato sul suo piedistallo di meravigliose contraddizioni.

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