Onstage

Muse: Simulation Theory è l’album pop più rock che sentirete quest’anno

Non era nemmeno l’ora dell’aperitivo, era l’ora della merenda, la prima volta che ho visto i Muse in Italia. Era il 2000, eravamo a Bologna, a migliaia, ma non per loro. Le masse ancora non si muovevano per il terzetto britannico e lo spazio loro riservato di quel lontano Independent Days Festival era quello appena dopo i gruppi nostrani. Dopo i Punkreas, per intenderci. Appena dopo gli esordienti Verdena.

C’era ancora il sole alto e gli headliner di quella giornata erano ancora lontani (tremate al loro nominare, Limp Bizkit e Blink 182) e Matthew Bellamy, con un’improbabile accostamento cromatico di rosso acceso della camicia e blu elettrico dei capelli, divideva il palco con Chris Wolstenholme e Dominic Howard come se fossero dei veterani. Il finimondo scoppiato dopo il riff iniziale di Yes Please, nonostante un pubblico accaldato e totalmente ignaro o quasi di quelle note, è una delle cose più puramente rock che abbia mai visto live. Un rock nudo, viscerale e diretto quello dei Muse degli esordi, un approccio dissoltosi di pari passo con la loro scalata per il dominio del mondo – processo fortemente voluto dai tre, tutt’altro che accidentale. I Muse hanno deciso da subito di diventare i più grandi di tutti, e Simulation Theory è nel 2018 il nuovo album di una delle band più importanti esistenti sulla Terra. Missione compiuta, ma a quale prezzo?

Una mano in faccia al rock di Drones e lo sguardo rivolto oltre le sue spalle, allo sperimentale The 2nd Law che aveva portato parecchio più in là i confini artistici di una band che non si è mai accontentata, Simulation Theory è l’album pop più rock che sentirete quest’anno e viceversa. D’altronde il titolo è il sunto di come appaiono i Muse oggi, con i loro giubbottoni sgargianti e occhialoni, tutto in uno stile talmente Anni ’80 da essere estremo persino per gli Anni ’80.

La simulazione di cui ci parlano è quella di una realtà lontanissima da quella che ci circonda. La loro musica ne è una conseguenza: è la volontà di creare una bolla emotiva totalmente disconnessa da tendenze e mode, e per riuscirci c’è bisogno di una quantità immensa di atmosfere, filtri, patine colorate; un tripudio di shock sensoriali che ti allontanano migliaia di anni luce dalla poltrona del tuo ufficio, dal sedile della tua auto, dalla quotidianità. Non troverete da nessun altra parte un rock di così alta qualità all’interno di un prodotto pop, e un pop così piacevole in un album rock.

Certo, i Muse sembrano la versione musicale del recentissimo Mourinho che sbeffeggia i cori di insulti dei tifosi juventini con il suo già idiomatico gesto ‘non vi sento’ con le mani a coppa sulle orecchie e una smorfia beffarda sul volto. Sembrano cioè voler appositamente riempire le tasche dei detrattori di sassi da scagliare. A parte l’opinabile giudizio sull’abbandono del rock a beneficio del pop, rincarano l’abuso di atmosfere ridondanti tipico di questo periodo, soprattutto nell’arte visiva di massa.

Il revival Anni ’80 richiama tanti proseliti quanti detrattori. Quel decennio di eccessi e di medioevo del gusto non è ben visto da molti. Abbiamo altresì negli occhi il successo di Stranger Things, di Black Mirror (puntata San Junipero) e di Maniac nella televisione, solo per dirne alcuni. Di It e del sempre vivo amore per film come Goonies, Ritorno Al Futuro e Thron. Icone visive di massa citate a valanga nelle sonorità e nei video che accompagnano tutte le canzoni.

Incastonate nel caleidoscopio musicale di Simulation Theory ci sono tutti gli elementi che hanno fatto innamorare i fan dei Muse, basta solo ascoltare con mente aperta e trovarli. A ben vedere l’impianto sintetico e elettronico all’interno del quale si trovano le canzoni dei Muse di solito non è forzato o improvvisato. È anch’esso frutto di un talento immenso, figlio di un’esigenza di grandezza smodata, della volontà (espressa a chiare lettere) di creare musica da stadio.

Se all’inizio Algorithm fa subito pensare ai Nine Inch Nails, poi si libera di quel richiamo all’elettronica sporca e spregiudicata, per ripiombare (a suon di sintetizzatore) in quei cunicoli pixelati e trapezoidali che sanno così di già sentito in decine di colonne sonore (penso a Drive di Nicholas Refn su tutte). E crea così un’anticamera perfetta per far montare quella drammaticità teatrale di cui i Muse sono maestri fin dagli esordi e che ne ha determinato il destino musicale.

La successiva The Dark Side è da ergere a manifesto musicale dell’album e dei nuovi Muse: è perfetta, calibrata al dettaglio e magnifica nell’arrangiamento e nella melodia, il singolo legittimo di un gruppo che ha come riferimento il mondo musicale nella sua accezione più allargata. In essa, come anticipato, i fan dei Muse non possono dire di non trovare il loro gruppo preferito tra le note, nella sua tensione emotiva, nel tripudio strumentale e nell’incedere progressivo. Timbra il cartellino all’ufficio dei nuovi classici della band anche Pressure, infarcita di melodie epiche e ritmiche irresistibili.

I Muse determinano in maniera chiarissima il mood dell’album con i primi tre pezzi e giustamente con le restanti canzoni approfondiscono, spingono all’estremo. Così, a mettere le carte in tavola sul serio è la quarta Propaganda. Chi ha deciso di criticare a prescindere ha di certo già cominciato, mentre una buona parte arriverà fin qui divertendosi. E con Propaganda gli verrà chiesto un’ulteriore sforzo di apertura mentale. Ma il carattere sfoggiato da questo brano è enorme, e (come il resto dell’album) i suoi suoni sono stimolanti e lasciano presagire ad una resa live enorme, con i volumi da stadio e un supporto visivo all’altezza. Una provocazione musicale di altissimo livello e di gran godimento, che viene sferzato dal ritmo orientaleggiante di Break It To Me, serpeggiante e con la solita apertura melodica nel ritornello (il bellissimo horror video richiama American Teen Wolf).

Something Human e Thought Contagion Due sono già due super hit radiofoniche, di cui rimane ancora poco da dire, mentre a richiedere un’altra prova di fede al fan è il pop esasperato di Get Up And Fight, una ballata che nasconde nel ritornello all’acqua di rose chitarre martoriate dall’elettronica. Tra falsetti e magiche esplosioni melodiche è un altro pezzone da radio e dalle spalle larghe, che si farà scivolare addosso ogni borbottio contrariato dei salvatori della patria rockettara.

All’interno di questo robottone musicale che è Simulation Theory, l’operazione dei Muse che ‘simulano’ se stessi è invece incarnata da Blockades, che riprende la musica di Absolution ergendola a musica da stadio. Così come Dig Down richiama le atmosfere di Madness. Infine, si chiude come si è iniziato, con la drammatica The Void, atmosfera da colonna sonora dove il sintetizzatore è protagonista assoluto.

L’astio degli ‘ex ascoltatori’ dei Muse, quelli che “li ho persi dopo Absolution“, è quello di coloro che soffrono di una patologia comune a chi segue un gruppo dagli esordi e lo vede diventare grande, cambiare. Sono spiazzati dalla contraddizione di volergli bene e, insieme, non sopportare che venga sdoganato, che apra la propria arte alla massa. Si professa amore, ma si è infastiditi dal fatto che sopravvivano tradendo le proprie radici.

La domanda da porsi è: dove sarebbero i Muse se fossero rimasti quel gruppo che diciotto anni fa distrusse gli strumenti sul palco dell’Arena Parco Nord di Bologna? Un gesto che, a rivederlo adesso, si presta ad una lettura molto interessante. Matthew si è presentato per la prima volta al pubblico italiano distruggendo la sua chitarra, dichiarando da subito un approccio superomistico alla musica. I Muse non sono più nella nostra cameretta, sono negli stadi. La loro musica è una conseguenza di questo cambio radicale di prospettiva. Non ci sono più solo gli strumenti, c’è un’industria dell’immagine da portare avanti.

Ascoltando Simulation Theory, è però confortante scoprire che alla base di tutto questo circo delle meraviglie ci sono sempre le canzoni, quella musica che i Muse si divertono ancora a fare senza aver perso negli anni, nelle critiche, nella cura dell’apparenza, un solo briciolo di quell’energia folgorante che hanno da subito sfoggiato. Come nelle canzoni del nuovo disco, i Muse sono a loro agio con il rock e con le classifiche radiofoniche, uniscono due mondi agli antipodi delle galassie come pochi altri musiconauti hanno saputo fare nella storia.

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