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Le oscure evocazioni cinematografiche di Trent Reznor

Il nuovo prodotto dei Nine Inch Nails di Trent Reznor e del suo ormai partner in crime Atticus Ross si chiama Bad Witch, un oggetto sonoro disturbante che litiga con la critica, litiga con l’ascoltatore, sputa sulle etichette. Insomma, è l’ennesimo sfoggio di genialità di Reznor, un omone muscoloso con la faccia perennemente incazzata e senza peli sulla lingua, che è passato da una giovinezza autodistruttiva ad una maturità che della distruzione è onnicomprensiva.

Nine-Inch-Nails-Bad-WitchGià nell’individuazione della collocazione di questo nuovo album c’è stato da scontrarsi con il grugno di Trent. Perché sulla carta questo dovrebbe essere un EP, la conclusione di una trilogia iniziata con Not The Actual Events e continuata con Add Violence. Ma il musicista ha preso una posizione ancora una volta di scontro, dichiarando a gran voce che questo è a tutti gli effetti un album, un LP, il nono della discografia dei NIN e continuazione quindi di Hesitation Marks del 2013. Quindi, nonostante i suoi sei pezzi e la sua durata di poco più di mezz’ora, Bad Witch non è annoverabile nella fumosa e aleatoria concezione di EP ma in quella più nobile e materiale dell’album a tutti gli effetti. Su questo Reznor è stato inflessibile e chiaro come le sue note. Note che sono e rimangono riconoscibili al primo ascolto.

I primi due pezzi sono NIN allo stato puro, un punk urlato e ossessivo rilucente di un’armatura industrial che ne amplifica a dismisura la carica fisica, sonora e perché no, anche sensuale. Shit Mirror e Ahead Of Ourselves ti entrano in testa con la forza di un pugno, corrodono come un acido dolce, che non si fa scoprire mentre ti fonde i nervi, ingannando con il sollievo di un placebo melodico che affiora a fatica attraverso la rete elettronica che soffoca gli strumenti, riff di chitarra compreso. Entrambe picchiano forte, si fermano di botto facendoti sbattere la fronte sul cruscotto, ripartono incollandoti la schiena al sedile, derapano di brutto mentre le nocche ti si sbiancano nello sforzo di non venire disarcionato dal razzo lanciato a tutta velocità. La prima in un formato canzone quasi convenzionale mentre la seconda trasforma la voce di Trent in un incubo metallico che esplode improvvisamente, senza convenevoli, in un tappeto di concitata drum base, nel pezzo più industrial dell’album.

Le soprese grosse arrivano con Play The Goddamned Part dove un sax trasforma il tutto in un sogno jazzato che si svolge in un ambiente disciolto, senza angoli e senza forme e perimetri distinti, dove ogni cosa si allontana dalla tua consapevolezza come per un lungo corridoio illuminato solo fino ad un certo punto. Sarà una sensazione mia, dovuta all’esperienza visiva diretta, ma mi risulta quasi impossibile ormai distinguere la musica dei NIN dal contesto filmico Lynchiano, dopo quell’apparizione nella mastodontica terza serie di Twin Peaks- The Return, dove i Nine Inch Nails cantano sotto l’occhio del visionario regista She’s Gone Away.

Complicato non collegarli più semplicemente al contesto cinematografico in generale, visto l’impegno di Reznor/Ross nella produzione di colonne sonore (anche un Oscar per Social Network di David Fincher, regista con cui hanno un prolungato e continuato sodalizio artistico). Questo per ribadire la filmicità musicale dei NIN, la capacità di generare una profusione di immagini e situazioni nella mente prelevate dal nostro inconscio cinematografico, connesso o meno ai lavori della band.

Così continua nella sua evidenza con il blues elettronico di God Break Down the Door, dove Trent sfodera una voce bassa e impostata da crooner, e ancora nella strumentale I’m Not From This World durante il cui ascolto proprio non riesco a togliermi da dietro gli occhi le immagini di quelle strade buie Lynchiane che si perdono nel vuoto (Strade Perdute, David Lynch, 1997). La chiusura è affidata ad un delicato brano dance Over And Out, il più ‘educato’ dell’album, dove l’elettronica la fa da padrona e l’atteggiamento aggressivo scema per la prima volta.

Atteggiamento che per tutto Bad Witch veicola messaggi di nichilismo e di pessimismo spinto, inveendo contro ignoranza e assenza spirituale. Ma qui, in chiusura, l’atmosfera si fa più aspramente dolce, onirica. ‘Il tempo scorre, e non so cosa sto aspettando’ dice un Reznor inusuale, sconfitto.

Il nichilismo amaro si aggiunge alla violenza sonora e dialettica, in questi nuovi Nine Inch Nails che si sono specializzati nella produzione di colonne sonore di se stessi, tra etichette poco centrate e continui mutamenti, cambi repentini di tono, da facciate da scheggiare i denti contro la dura superficie della realtà a distaccamenti incorporei e repentini verso lidi sfumati, da sogno. L’ascolto di Bad Witch è l’ennesimo ottovolante impazzito sonoro, che se pur in un tempo ristretto, comunica molto più di quanto una band normale potrebbe fare in un doppio album.

Voto Album:

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