Onstage

Il nuovo disco di Noel Gallagher è un album solido e ispirato

Talvolta le prime impressioni possono ingannare. Nonostante mi fossi rifiutato di considerare plausibile la somiglianza con una hit di Ricky Martin strombazzata in rete, quando qualche settimana fa ho ascoltato Holy Mountain ho pensato che suonasse in modo strano e che non rappresentasse Noel Gallagher per come avevo imparato a conoscerlo in più di vent’anni di onoratissima carriera. Ma ora – giunto al terzo ascolto integrale di Who Built The Moon? – quelli che mi sembravano campanelli d’allarme si sono trasformati in travi portanti di un’architettura pensata e voluta.

noel-gallagher-Who-Built-The-MoonIl terzo disco di Noel e dei suoi Birds mette le cose in chiaro fin dall’inizio; Fort Knox appoggia cori e vocalizzi sparsi su un’intelaiatura ritmica che suona decisamente rock, ma che nello sviluppo lascia trapelare la visione “sequenziale” del produttore David Holmes. A conti fatti sarà proprio questo approccio bastardo tra scrittura tradizionale e stesure che appartengono di fatto al mondo elettronico una delle carte vincenti dell’album. In questo senso la prima conferma la offre It’s A Beautiful World, con un beat che strizza l’occhio ai Prodigy del ’97 – periodo storico che coincide con la prima collaborazione tra Noel e i Chemical Brothers (l’immensa Setting Sun). Caso vuole che la successiva (e illuminante) She Taught Me How To Fly ricordi proprio la vena psichedelica del duo di Manchester – e già che stiamo parlando del celebre borgo inglese parrebbe scorretto non citare in questo contesto anche i New Order e i loro lunedì blu.

Il lato A del vinile termina così, e finora la voce di Noel (quasi sempre trattata) si è fatta largo sgomitando in mezzo a una moltitudine di strati sonori composti da chitarre, synth e pure qualche fiato. Girando il disco parte Be Careful What You Wish For, e nella mia testa si materializza il sorriso beffardo di chi da sempre viene accusato di/idolatrato per avere saccheggiato i Beatles e con strafottente tranquillità risolve la questione proponendo una sua personale rivisitazione di Come Together (uscendone più che bene). Il lento che tutti ci aspettiamo fa capolino poco dopo, ma è soltanto un interludio; per una ballad a tutti gli effetti bisogna aspettare l’imponente title track, che pur viaggiando a un ritmo rilassato non rinuncia agli artifici sonori già descritti, in nome di una ricercata coerenza stilistica.

Parlare di sperimentazione a tutto tondo sarebbe inopportuno: Who Built The Moon? esplora territori già battuti da molti, senza inventare nulla. Ma il fatto che uno dei più validi compositori che la storia del rock recente ricordi decida di affidare la sua vena creativa a un produttore nel quale crede talmente tanto da acconsentire di lasciare fuori dalla scaletta alcuni brani solo perché troppo simili a ciò che aveva già scritto in passato, è segno di coraggio. Quel coraggio che ogni svolta richiede, e che va moltiplicato per due quando tale svolta non è espressamente richiesta.

Perché diciamocelo: per quello che ha combinato in questo quarto di secolo, Noel avrebbe potuto tenere buoni quei pezzi che sono finiti nel cestino senza farsi troppi crucci. E invece ha preferito scegliere una strada diversa, una strada che forse non gli appartiene del tutto – ma che ha portato all’incisione di un disco solido e ispirato. Forse non perfetto o imprescindibile, ma inattaccabile in quanto a lucidità e impegno.

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