Onstage
Parkway-Drive-Reverence

La svolta dark dei Parkway Drive riesce solo a metà

I Parkway Drive si sono svegliati improvvisamente da una calda spiaggia australiana con tanto di onde da cavalcare spensierati in surf, in una gelida tomba, senza luce, soli, con l’unica compagnia di una rabbia cieca per qualcosa che si è perso per sempre e che non potrà mai tornare. Ma prima di entrare nel dettaglio di Reverence, il nuovo album della formazione originaria di Byron Bay, occorre fare un doveroso passo indietro.

I Parkway Drive sono nati nel 2003. Mai avrebbero pensato che a una quindicina di anni di distanza, sarebbero diventati una delle realtà più solide e con maggiore credibilità del metalcore contemporaneo, insieme a una manciata di altri nomi di calibro internazionale come Architects e August Burns Red. Compreso Reverence, i Nostri hanno all’attivo ben sei dischi, il più fortunato dei quali, Ire, ha visto la luce nel 2015. E non ha fatto altro che cementare, grazie soprattutto ai singoli anthemici in esso contenuto, le fondamenta già inattaccabili sulle quali si posano Winston McCall e soci. Basi rese infinitamente più mature anche da una quantità impressionante di concerti in tutto il mondo, sia da headliner che in cima ai bill di festival open air di risonanza globale, guadagnandosi pertanto un posto di tutto rispetto tra le migliori band “arena metalcore”.

Parkway-Drive-Reverence-copertina“Arena metalcore”, quindi. Chorus indimenticabili, ganci infallibili, riff potenti, breakdown piazzati al posto giusto e un frontman in grado di tenere il palco sia con la sua presenza che con il suo growl distinguibile tra mille altri cloni. Qualcosa che faccia saltare e cantare migliaia di persone, insomma. Bene, in Reverence troviamo ancora questi elementi fondanti nello stile dei Parkway Drive (ascoltate Prey o The Void per farvi un’idea). Ma come si anticipava in apertura, l’ultimo capitolo del quintetto è decisamente il più cupo e disperato della propria storia.

Una serie di gravissimi lutti infatti, ha colpito la formazione. La collera cieca per la perdita delle persone care si riflette in un cambio di rotta che però, non ha raccolto i favori dei fan della prima ora e soprattutto quelli conquistati dagli inni metalcore di Ire. Questo sound più “dark” e incline allo spoken word, riflette il senso di perdita e rabbiosa rassegnazione, ma non sempre lo fa in modo efficace. Se in Wishing Wells, complice anche un video tanto semplice quanto mefistofelico, la nuova incarnazione dei Parkway Drive si dipana in tutto il suo funereo splendore, non si può dire altrettanto delle eco folk di Cemetery Bloom.

Ma la pazienza paga. Infatti, sul finire del disco arriva un poker di pezzi, da Shadow Boxing a The Colour Of Leaving, in cui la duplice natura dei nuovi Parkway Drive riesce finalmente a convincere dal primo ascolto, e a chiederne ancora diversi per apprezzarne le sfumature. L’andamento di Reverence è piuttosto altalenante, ma una cosa va detta a discolpa degli australiani. La voglia di guardare al di là dei confini del metalcore, può essere la spinta per non rimanere fossilizzati e addormentarsi sugli allori, ma manca ancora quella coesione che avrebbe fatto dell’ultimo full-length dei Nostri qualcosa di davvero epocale.

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