Onstage
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Il nuovo viaggio di Macca è sorprendentemente eccitante

Quasi un’ora di durata totale per Egypt Station, il nuovo album di Sir. Paul McCartney, un lavoro che in questi giorni è in cima alle classifiche e anche sulla bocca di tutti gli addetti ai lavori divisi, come da tradizione nei casi dove ci si confronta con una leggenda della Musica, fra chi deve trovare per forza dei difetti oggettivi per bocciarlo e cercare di emergere e chi, per promuoverlo, ha consumato il dizionario dei sinonimi.

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Il modo migliore per approcciarsi ad Egypt Station è non leggere quelle che sono le specifiche del dietro le quinte, chi avrebbe potuto produrre il lavoro (Kanye West per esempio lasciamolo stare per una volta), quali sono i musicisti coinvolti e quali le sedi dove sono stati registrati i brani. L’album va ascoltato più volte nella sua interezza per poi cercare di darne una fotografia a colori, fatta di sensazioni reali più che indotte.

L’operazione non è semplice, come detto all’inizio, cinquantasette minuti sono tanti. Fin dal primo ascolto è evidente che siamo di fronte a un album estremamente eterogeneo, dove il Nostro ha dato sfogo a tutta la sua tavolozza di colori. L’inizio non potrebbe essere dei migliori. L’intro lancia quella I Don’t Know che parte da un nostalgico giro di piano e chitarra per arrivare ad un arrangiamento in puro stile british anni novanta da pelle d’oca: batteria secca, basso che ricama, piano, cori e produzione da dieci e lode. Il volume si alza di conseguenza e il viaggio inizia.

Come on To Me vede di nuovo la batteria, registrata magistralmente, dare il giusto mood ad un brano energico e impeccabilmente eseguito. Si ha davvero l’impressione di essere davanti a qualcosa di grandioso, la nostra carrozza è lanciata a piena velocità ed il paesaggio scorre veloce. Sul viso appare il classico sorriso di chi è in viaggio per piacere.

La prima stazione nella quale ci si ferma è Happy With You, ballatone di Zeppeliana memoria, ma è solo una parentesi, seppur piacevole, che non ci distrae dalle belle sensazioni provate poche minuti prima. Si riparte con Who Cares ed il paesaggio si colora di America, Death Valley e Canyon, di stazioni di servizio mezze diroccate dove ci si aspetta da un momento all’altro di intravedere il reverendo Gibbons che ci saluta a lato della strada. Fuh You è un transitare veloce del nostro vagone in riva all’Oceano Pacifico californiano, tra surfisti e feste in spiaggia in una perenne estate. Robe che normalmente non ci piacciono intendiamoci, ma che regalano benessere se viste in modo distaccato.

Con il tramonto arrivano Confidante, People Want Peace e Hand in Hand, tre brani buoni per congedarsi in maniera pacifica da quella che è stata una splendida prima giornata. Ci si addormenta felici e allo stesso modo ci si sveglia, con un sorriso carico di aspettative per il secondo giorno di viaggio. Dominoes è la colonna sonora giusta per farlo.

La giornata però non continua nei migliori dei modi, il vagone è molto più chiassoso del giorno precedente e ci distraiamo troppo sulla confusa Back in Brazil. Piuttosto che osservare il paesaggio, iniziamo ad innervosirci. Cerchiamo di concentrarci con Do It Now, per trovare un po’ di pace interiore, ma l’operazione riesce solo a metà e Caesar Rock è avara nel darci le sensazioni provate il giorno precedente.

La stazione d’arrivo si avvicina e con essa aumenta la nostalgia, ci si concentra quasi esclusivamente sui bei ricordi e chi meglio di Despite Repeated Warnings può supportarci in questo? Finalmente ritroviamo la pace e allo stesso tempo la carica per affrontare la nuova avventura. Ritiriamo il nostro bagaglio e siamo pronti a scendere, la folla nella quale ci ritroviamo immersi non ci disturba, nelle orecchie Hunt you Down/Naked/C-link, passo svelto, la camera si ferma e ci perde in una classica immagine da film visto e rivisto, dove una chitarra elettrica e degli archi sfumano all’apparire dei titoli di coda.

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