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I Periphery sfidano i confini della perfezione

Teatralità, orchestrazioni e tanta voglia di stupire. Hail Stan, il nuovo lavoro dei Periphery vede la band riprendere alcune coordinate dei primi due studio album e combinarle a un paio di brani proiettati nella contemporaneità. Impossibile essere così riassuntivi, specialmente se parliamo di un gruppo che sta ridefinendo, release dopo release, il modo di suonare progressive metal (insieme a un manipolo ristretto di compari come ad esempio Tesseract e Between The Buried and Me).

L’ambizione e la voglia di fare qualcosa di (ancora più) memorabile è percepibile sin dall’apertura con le orchestrazioni che introducono Reptile. I Periphery veleggiano in uno status di intoccabilità guadagnato sul campo, che permette loro di fare ciò che desiderano. E, la cosa non è affatto scontata, Misha Mansoor e compari non solo fanno esattamente questo, ma si spingono sempre più in là, in termini compositivi ed esecutivi. Giocando anche talvolta con sonorità molto più moderne e solo all’apparenza lontane da un mondo in cui questi musicisti, di livello superiore, creano una miscela di musica dura irresistibile, impreziosita da una voce unica e, oramai, capace di marchiare l’epoca del djent come forse solo Daniel Tompkins ha fatto.

Sotelo è nuovamente protagonista di una prestazione fuori da ogni schema, carnivoro all’occorrenza e ultra pop alla bisogna. Detto questo, inutile dilungarsi. Periphery IV: Hail Stan sarà uno dei dischi dell’anno. E forse del decennio che più di altri ha imposto il prog-core e il djent tra le tendenze capaci di ridare lustro a quello che una volta era “semplice” metalcore.

Considerando che mancano un paio di settimane alla release ufficiale, mi permetto di sconfinare in un track by track essenziale, che per quanto potrà suonarvi datata come modalità, è anche l’unica possibile per cercare di spiegarvi ciò che ascolterete nel prossimo futuro.

1. Reptile (16:44)
Partire con un capolavoro non è da tutti. Canzone stra-ambiziosa e traccia più lunga della loro carriera. Orchestrazioni ed epicità oltre ogni immaginazione, sprazzi melodici e puramente prog rock inseriti nell’opera omnia dei Periphery. Impossibile da descrivere a parole. Va vissuta. Unica negatività? La sua maestosità potrebbe lasciarvi senza forze per proseguire nell’ascolto dell’album.

2. Blood Eagle (5:58)
Già la conosciamo: una pagaiata in faccia e uno dei pezzi djent più riusciti della loro discografia. Aggressività sconfinata e impatto devastante.

3. CHVRCH BVRNER (3:41)
Si rimane in territori indemoniati. Tecnicamente la band sembra quella degli esordi, proponendo partiture intricate che si aprono nel refrain che è tutto tranne che melodico. Spencer assomiglia qui a quello di The Price Is Wrong. Ancora orchestrazioni a sostenere il brano più breve del lotto. Nel finale c’è un accenno di EDM che vi farà gelare il sangue.

4. Garden in the Bones (5:57)
Il mood riporta inizialmente al precedente III, anche se la partitura è tutt’altro che semplice e potrebbe essere associata agli episodi meno frenetici di II. Spencer si conferma in forma stellare confezionando il primo chorus melodico di livello. Break centrale elettronico ai limiti della new age. In generale un pezzo meno esasperato dei precedenti ma in cui si ritrovano tutti i trademark della band.

5. It’s Only Smiles (5:33)
Altri sound vintage e da videogame introducono una composizione ariosa e molto easy per gli standard ascoltati fino ad ora. Sembra un pezzo dei Polyphia come impostazione, il build up del chorus è invece simile alle idee presenti in Flatline. La canzone è esageratamente pop (rock), con qualche soluzione che fa pensare ai Thirty Seconds To Mars piuttosto che agli Imagine Dragons. Non avrebbe sfigurato su Juggernaut: Alpha.

6. Follow Your Ghost (5:24)
Si torna a pestonare con un mood cadenzato e oscuro, che presenta anche alcuni growl ai confini con il deathcore. Decisamente ossessiva (non ai livelli di Hell Below ma quasi), con Spencer che non concede quasi nulla al pulito per più di metà pezzo, almeno fino alla parte centrale (iper teatrale) in cui pianoforte e orchestrazioni regalano sorprese.

7. Crush (6:49)
Synth a manetta e mood dark pop. Spencer mischia un po’ di Bring Me The Horizon e un po’ (bestemmio, lo so) di Tokio Hotel ultimo periodo. Il pezzo farà sclerare i conservatori e i vecchi fan, è smaccatamente fastidioso (ma molto libidinoso, sottolineo) e punta deliberatamente sulla deriva commerciale di Oli Sykes e compagni. Chi ha ascoltato gli Endur, il progetto solista di Sotelo, non sarà sorpreso nel ritrovare queste sonorità in un disco dei Periphery. La coda orchestrale tamarra con la drum machine lascerà interdetto più di un ascoltatore.

8. Sentient Glow (4:28)
Ripresa dal progetto Haunted Shores (la versione strumentale originale è del 2010), ha l’inizio più thrash metal di sempre per i Periphery. Spencer richiama subito Scarlet appena entra a cantare. Il pezzo è un up tempo e una delle canzoni più dirette dell’album; annovera anche un chorus melodico eccellente e un break centrale di spessore. Potenzialmente una presenza fissa in setlist.

9. Satellites (9:25)
Dall’inizio capiamo di trovarci in presenza di una canzone importante. Il lento vede Spencer sfoderare una delle sue performance vocali più pulite e affascinanti di sempre. Per chi sta già pensando a una Lune part II, va detto che se l’idea alla base era probabilmente di confezionare un altro pezzo simile, lo sviluppo smentirà clamorosamente questa ipotesi. L’evoluzione del brano mostra una deriva differente: grazie all’utilizzo del pianoforte infatti, ci illudiamo prima di veleggiare sereni verso la conclusione del disco. Per poi essere spettinati a metà traccia dall’ingresso di chitarre e growl. Si decolla davvero verso i satelliti con l’ugola di Sotelo che si spinge oltre ogni livello. Un lavoro che si apre con un pezzo esagerato non poteva avere chiusura meno ambiziosa di questa.

(Cover Story: Travis Shinn)

Voto Album:

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