Onstage
queens of the stone age villains

Queens Of The Stone Age, con Villains il sound del deserto si è fatto pop

Mentre ascoltavo Villains, il nuovo album dei Queens Of The Stone Age, mi sono sentita proprio come Kevin Kline nel film In & Out. Non so se avete presente quella scena, famosissima, in cui il protagonista mette sullo stereo una musicassetta di I Will Survive di Gloria Gaynor e, ascoltandola, non deve assolutamente ballare. Perché un vero uomo non balla, si dice nella pellicola.

Ecco, nel nostro caso mettendo su il nuovo disco della band di Josh Homme, Villains, un vero fan dei Queens Of The Stone Age non deve assolutamente ballare. E invece, senza nemmeno accorgerti, proprio come accade a Kevin Kline, già dai primi due pezzi (Feet Don’t Fail Me e The Way You Used to Do) le tue mani e i tuoi piedi iniziano a muoversi da soli e a tenere il ritmo come se fossero indipendenti dal resto del corpo.

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La stessa cosa che mi succede ascoltando Uptown Funk. Sei riuscito a farmela, Mark Ronson, che tu sia maledetto. Non volevo che mi piacesse questo disco, perché i Queens Of The Stone Age non sono questo, è chiaro. Lo so io come lo sai tu.

Il lavoro di Ronson alla produzione è stato così diabolico – ecco forse la spiegazione, pindarica e mia personale, della copertina – che, traccia dopo traccia, non ti viene voglia di passare subito a quella dopo: i brani te li ascolti e te li gusti lentamente, uno per uno, perché sono belli (a differenza delle canzoni contenute in alcuni altri dischi che i QOTSA in passato hanno clamorosamente toppato, leggi quell’orrore di Era Vulgaris) e riescono a trovare la chiave giusta per entrare tra i tuoi favori. Anche se non lo vuoi.

Ascoltare questo disco vi lascerà perplessi? Sì, molto, preparatevi psicologicamente in anticipo. Anche se a ben vedere il vento del deserto soffia ancora (già da Domesticated Animals e Fortress ritorniamo nei ranghi), non è scomparso: ha solo cambiato un po’ veste, ma non così tanto da diventare irriconoscibile perché puoi comunque riconoscere che, insomma, sono loro.

Anche se al tempo stesso non lo sono. Questa volta non sono i Queens Of The Stone Age come li conoscevamo noi, quelli sporchi e ruvidi di Songs for the Deaf per capirci (capolavoro rivoluzionario che proprio quest’anno ha compiuto 15 anni): rispetto al passato ci sono tre diversi protagonisti ovvero la chitarra, i battiti che scandiscono a più riprese il ritmo e una sorta di batteria elettronica molto pulita, perfetta e super glamour che potremmo definire pop senza indugi. Il basso invece, solitamente così fibroso e incalzante, sembra essersi preso una vacanza, ed è proprio questa mancanza di certezze che ci causa una sensazione di straniamento.

Non sappiamo se questa loro fase pop durerà, quanto durerà e se invece si è trattato soltanto di un esperimento per levarsi uno sfizio. Ma di sicuro quando suoneranno dal vivo il prossimo 4 novembre a Bologna potremo verificare di persona come andrà a finire il test (perché per quanto Villains sia oggettivamente un bel disco, con una produzione da paura, ci piace pensare sia appunto solo un test…).

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