Onstage
Rammstein-band-2019

I Rammstein non rischiano nulla nel nuovo album. E fanno bene.

Un disco dei Rammstein è già un evento a prescindere dal suo contenuto, figuriamoci il tanto atteso settimo disco dei Nostri, che arriva addirittura a dieci anni da Liebe ist für alle da. Una decade che in realtà è stata di relativo silenzio per la band di Berlino, dato che l’attività live è rimasta costante e spettacolare come da buona tradizione e il cantante Till Lindemann e il chitarrista Richard Kruspe si sono dedicati ai rispettivi progetti paralleli.

È solo sul finire del 2018 però che le voci sul futuro discografico dei Rammstein hanno iniziato a rincorrersi con sempre maggiore insistenza, fino alla pubblicazione lo scorso marzo di Deutschland, primo singolo estratto da questo nuovo lavoro ancora senza titolo, accompagnato da un video che come spesso succede quando si parla dei tedeschi, ha provocato un certo scalpore, oltre ad aver macinato 40 milioni di views in pochissimo tempo.

La buona notizia per quanto riguarda l’ultima fatica del combo teutonico è che i Rammstein non hanno sentito il peso di tutta la pressione e delle aspettative. Quella cattiva, è che il disco senza titolo non aggiunge nulla di più alla discografia dei paladini della Neue Deutsche Härte. Ma a essere sinceri, non toglie neanche nulla. Gli undici pezzi che compongono il settimo full-length di Lindemann e soci infatti, rappresentano lo stato dell’arte attuale in casa Rammstein, una “famiglia” nella quale, tutto sommato, si vive d’amore e d’accordo senza cambiamenti dal 1994. Ma andiamo con ordine.

I Nostri si giocano i singoli apripista nelle primissime posizioni dell’album, regalando alla già citata Deutschland la massima evidenza. Un ritorno a casa agrodolce, una dichiarazione d’amore a metà, che per la sua epicità si attesta tra gli episodi migliori del disco. Subito dopo, la nuova hit Radio vira verso un techno-metal super catchy, mentre Zeig dich sfodera l’artiglieria pesante che farà la gioia dei fan della prima ora. L’ultimo album dei Rammstein è anche un’opera di (auto)citazionismo neanche troppo sottile. Prendete Ausländer, che con i suoi synth strombazzanti vuole essere la versione contemporanea di Du Hast (riuscendo anche a strappare un sorriso con gli approcci di Lindemann in diverse lingue, incluso l’italiano), e Sex, che oltre a inneggiare a una grande passione dei Nostri, ricorda molto da vicino e in più punti Personal Jesus. Quella Personal Jesus.

Proseguendo nella tracklist, Puppe è uno dei brani più interessanti del disco, una ballad storta e malata, che esplode con rabbia nel ritornello. Degna di nota anche Was ich liebe, con il suo ritmo cadenzato dal retrogusto alternative, ipnotica nel suo incedere lento e inesorabile. La brevissima e malinconica (con tanto di archi) Diamant lascia riprendere il fiato prima dei tastieroni di Weit weg ma soprattutto in previsione dell’assalto frontale di Tattoo, uno di quei pezzi che non può lasciare indifferenti i seguaci storici dei Rammstein. L’ultimo posto spetta alla complessa Hallomann, perfetta in chiusura.

Una cosa è ovvia: la nuova fatica in studio della formazione tedesca, seppur lontana dal perfetto bilanciamento di Mutter (2001) ma anche dalla pigra macchinosità (nel suo insieme) di Rosenrot (2005), e senza sparigliare le carte sulla tavola dell’universo metal, si attesta su buoni livelli. Ovvio, in molti magari si aspettano che i Rammstein, da bravi provocatori nati quali sono, osino di più, ma stiamo pur certi che questo ultimo arrivato aggiungerà una buona quota ai venti milioni di copie vendute dai Nostri nel corso della propria carriera.

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