Onstage
Royal Blood intervista 2017 album

I Royal Blood non ripetono il miracolo dell’esordio

Quanto è difficile dare un seguito ad un album come l’omonimo debutto dei Royal Blood? How Did We Get So Dark?, il nuovo disco della formazione composta da Mike Kerr (voce e basso) e Ben Thatcher (batteria) ha l’arduo compito di lasciarsi alle spalle un’opera prima che ha quasi ridefinito l’hard rock contemporaneo, dandogli nuova linfa vitale e facendolo diventare nuovamente di tendenza.

Oggi ormai ogni band navigata, nelle interviste pre-release, si riempie la bocca di frasi come “torneremo alle nostre radici rock”, “ci saranno più chitarre” e altre amenità del genere. I Royal Blood hanno semplicemente deciso di iniziare la loro carriera mantenendo le promesse non mantenute da tutti i colleghi che gli hanno spianato la strada e facendo un disco di cui tutto il rock mainstream aveva bisogno. Non è un caso che una leggenda vivente come Jimmy Page abbia apertamente dichiarato di essere loro fan e di essere andato a sentirli dal vivo.

Considerando che gli esordi davvero fulminanti e influenti nell’ultimo decennio si possono contare sulla dita di una mano monca, possiamo quindi quasi dire di trovarci di fronte ad uno scenario scevro da possibilità di paragone. Ma, nella fattispecie, il power duo aveva tra le mani l’occasione di chiudere la partita, dirottando a piacimento la scena rock britannica, e pare l’abbia clamorosamente sprecata.

Questo non vuol dire che How Did We Get So Dark? sia un brutto disco, anzi. I singoli Lights Out, I Only Lie When I Love You e Hook, Line & Sinker funzionano alla grande, così come la title-track nonché opener, forse il pezzo di miglior fattura. Si fanno ancora sentire i Queens of the Stone Age, da cui indubbiamente i due inglesi ereditano il sangue reale, e non mancano i riffoni di basso che hanno fatto gridare al miracolo gli affamati del garage old school.

Ne è un esempio Where Are You Now, che dal vivo promette faville e che ribadisce quanto sia sorprendente ottenere un impatto del genere da quella che, altrove, altro non sarebbe che una sezione ritmica. Solo che, al netto di un sound che diventa sempre più inconfondibile, il songwriting lascia un po’ a desiderare. Nessuno spunto particolarmente brillante, nessun pezzo che faccia pensare: “Ok, ci hanno messo tre anni, però che sberla”.

Il problema è proprio che tre anni di attesa tra la prima e la seconda prova in studio sono davvero un’eternità. Una cosa del genere è più unica che rara, perché può rischiarla solo chi – come i Nostri – fa un gran botto fin da subito e teme che si concluda tutto in un fuoco di paglia. In tal senso va dato atto ai Royal Blood di non aver perso il filo del discorso: confermano di avere per le mani una formula magica, che si pone nel sempreverde topic de “il rock è morto”, “il rock è vivo”, “il rock non aveva fatto il vaccino” che tanto piace. È solo che quel preziosissimo filo, almeno questa volta, non sono riusciti a farlo passare nella cruna dell’ago.

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