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La redenzione di Scott Stapp

Mi piacciono le storie di redenzione, soprattutto nel rock. Quando l’umanità entra prepotentemente dentro un contesto fatto di miti, di lontananza, spesso, atavica dalle nostre esperienze quotidiane di vita. Episodi come The Space Between the Shadows, nuovo album di studio dell’ex Creed Scott Stapp, sono occasioni per ricordare che dietro le note che amiamo, ci sono uomini che falliscono, che si rialzano, che lottano tutti i giorni con dinamiche legate ad una passione che è un lavoro ed è legata indissolubilmente al piacere al pubblico, al dover sottostare a meccanismi spesso disumani, standardizzati, di mercato.

La carriera del cantante americano è stata una corsa sulle montagne russe, Scott di certo non verrà ricordato per aver modellato a sua immagine e somiglianza il percorso del rock, e anzi, a detta dei suoi molti detrattori è colpevole di aver cavalcato un’onda commerciale figlia delle rovine del grunge. Un filone chiamato appunto post-grunge che, a fine anni ’90, garantiva grassi incassi a tutti coloro che con astuzia offrivano sonorità care agli orfani di Cobain e Staley, a chi amava l’esordio dei Pearl Jam Ten e quello degli Stone Temple Pilots Core: un bacino di nostalgia, di temi caldi e vicini, propedeutici al disagio giovanile che nell’America a cavallo del secolo cresceva esponenzialmente. Disagio sfociato poi in disastri e sfoghi di violenza inaudita come il massacro della scuola Colombine o la crescente adesione di giovani americani a fazioni di estremismo islamico.

La distanza tra le istituzioni, la religione e gli adulti era incolmabile. A una generazione intera serviva uno sfogo, una musica amica che parlasse di tutte queste frustrazioni che si accumulavano giorno dopo giorno. Così i gruppi alternative prosperavano a decine, salendo sulle spalle delle band precedenti, copiando spesso timbri vocali famigerati (ricordo una puntata di Celebrity Death Match, un format di MTV che andava forte quegli anni, in cui pupazzetti animati di pongo lottavano su un ring di wrestling, dove Eddie Vedder combatteva con Scott Stapp accusandolo di avergli rubato la voce). Così si spiegano fenomeni commerciali come le milioni di copie vendute da Human Clay dei Creed.

Scott in quegli anni accumula credito sul grande pubblico, mostrando un’arroganza fuori misura, un’artefatta cura per il mostrarsi a discapito per la sostanza, allontanando da sé famiglia, compagni di band e fan. Abbandonato a sé stesso da tutti, sostituito al microfono da Tremonti e soci con Myles Kennedy (negli Alter Bridge) immensamente più genuino e talentuoso, abbandonato da moglie e colleghi nell’ambiente musicale, Scott perde la bussola e inanella una serie di crolli personali e mediatici. I suoi album solisti sono accolti freddamente e senza serietà da tutti. L’ultima volta l’avevamo visto prendere il posto di un altro caduto eccellente, Scott Weiland, al microfono della super band Art Of Anarchy.

Dopo aver assaggiato la polvere Scott trova fortunatamente la rinascita. Lo si capisce subito dalle prime note di The Space Between The Shadows. World I Used To Know, granitica e immediata come il singolo Purpose For Pain e Face Of The Sun. Occasioni per aprire il cuore con Gone Too Soon (se vi mancano Chester Bennington e Chris Cornell, senza dimenticare Scott Weiland e Dimebag Darrel, vi scapperà una lacrimuccia guardando il lyric video disponibile su YouTube), l’intensa Red Clouds, episodi radiofonici senza rimorso come Mary’s Crying e Ready To Love. La prova di rivolgersi ai fan dell’alternative con la perfetta ballata Name.

Funziona davvero tutto in questo album. Scott Stapp sembra essersi liberato di molti demoni del passato e ha dimostrato di amare la musica, cosa messa in dubbio agli occhi dei suoi fan a causa dei suoi comportamenti deviati.
Scott, dopo la firma per la Napalm Records registra un LP roccioso e finalmente onesto. Dimostra che non era solo un pallone gonfiato ma uno che aveva un dono raro: dare voce ad una generazione che per anni lo ha seguito fedelmente, per poi rinnegarlo. The Space Between The Shadow è un buon lavoro, che si ascolta senza cedimenti. Ci sono molte idee e la sensazione, inedita nella discografia solista di Stapp, di aver fatto tutto quello che servisse per produrre un lavoro che sì fosse uno specchio dell’immenso ego del cantante, ma che fosse anche piacevole e funzionale ad un pubblico ben definito e che aveva lasciato ormai quasi una ventina di anni fa.

Lasciati assoli e velleità tecniche agli Alter Bridge del suo ex compagno di band (i Creed si sono riuniti una volta sola nel 2009, producendo anche un buon studio album intitolato Full Circle), le 12 canzoni dell’album solista sono confezionate con cura. Non c’è materiale superfluo, non c’è un episodio che stoni. Vero, non c’è nemmeno una canzone che risplenda di luce propria e si innalzi dal resto, ma non è questo il destino dell’album. Scott Stapp ha ancora molto da dire e ha ancora un pubblico che, amandolo e odiandolo al tempo stesso, volente o nolente è pronto ad ascoltarlo.

Voto Album:

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