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Slipknot: il coraggio di essere se stessi

Duality, cantavano gli Slipknot qualche tempo fa. Un dualismo che ha sempre caratterizzato l’opera e la carriera dei Nostri. In bilico tra ferocia insensata e melodia radio-friendly, con un seguito fedelissimo di fan e una schiera di detrattori altrettanto nutrita, che un tempo li accusavano di “sporcare” il vero nome del metal, e oggi non perdono occasione di puntualizzare quanto ormai non siano più quelli di Iowa.

Successo commerciale e professionale in contrapposizione con tragedie private che hanno minato sia la psiche dei singoli (Corey Taylor e Shawn Crahan in particolare), che le dinamiche interne e la sopravvivenza della band stessa (leggi alla voce Paul Gray, bassista cofondatore del gruppo scomparso nel 2010). Gli Slipknot di oggi sono tutto questo, una macchina fondata sulle contraddizioni e sugli imprevisti, ma anche perfettamente oliata e lanciata a folle velocità sulla strada accidentata del music business.

La dimostrazione di quanto appena esposto porta il nome di We Are Not Your Kind, sesto disco per la formazione di Des Moines, che arriva a cinque anni di distanza da .5: The Gray Chapter. Il nuovo full-length di Taylor e soci sta infatti facendo sfracelli a livello di vendite (raggiungendo dopo anni la prima posizione in classifiche decisive quali la Billboard 200), oltre ad accompagnarsi a un botta e risposta di lodi e critiche da parte di fan e addetti ai lavori.

La prima grande verità su WANYK che trapela dalle interviste che la band ha rilasciato in tutto il mondo è che i Nostri sono i primi ad essere convinti di aver dato alle stampe uno dei loro dischi migliori (se non altro del nuovo corso), e storicamente sappiamo quanto gli Slipknot siano sempre stati molto onesti riguardo la bontà delle loro stesse creature. Il coraggio di essere finalmente se stessi, dato dalla forza di un gruppo di quasi 50enni arrivati a un punto della propria carriera in cui possono permettersi di voltare le spalle alle critiche e fare sostanzialmente ciò che vogliono, infischiandosene di risultare scomodi o incompresi (basti solo pensare alla clamorosa esclusione di All Out Life nella tracklist).

We Are Not Your Kind è uno degli album più violenti e brutali dei nove mascherati, e non tanto per le agognate reminiscenza di Iowa, ma per il mood generale. Una spirale discendente, le cui volute a volte trascinano verso il fondo con un andamento più lento e angosciato, altre volte invece più ferocemente veloce, nell’oscurità del dolore e dei pensieri più cupi. Un lavoro al contempo anche intimo e profondo, all’interno del quale Corey Taylor mette a nudo il suo vissuto e la sua psiche, in modo che tutti vi si possano rispecchiare, non solo con lyrics particolarmente ispirate ma anche e soprattutto grazie alla sua performance da vocalist, arrabbiato, suadente e convincente come non succedeva da tempo.

Idealmente diviso in tre parti da altrettanti brevi interludi, We Are Not Your Kind, senza tradire lo spirito dei Nostri (ma anzi dando libero sfogo alle sinergie tra i chitarristi Jim Root e Mick Thomson e alla sezione ritmica, che avrà sì perso dei componenti fondamentali, ma ne ha guadagnati anche di molto validi), grazie a pezzi più tirati come Red Flag e Orphan, che strizzano l’occhio al passato remoto del combo, e all’equilibrio perfetto tra melodia e aggressione (i momenti in cui traspare al meglio la duplice natura della band risiedono in Critical Darling e Nero Forte), fonda le sue basi su un uso massiccio dell’elettronica, grazie a sampler e rumorismi vari ad opera di Sid Wilson e Craig Jones.

Elettronica che diventa comprimario in brani quali Birth Of the Cruel, ma che assurge al ruolo di protagonista assoluta nella carpenteriana Spiders e ancora di più nella allucinata My Pain (insieme alla voce di Taylor), due gemme dell’ultima e più sperimentale parte del disco, dalle quali trapelano inoltre le influenze di Marilyn Manson, Nine Inch Nails, e se vogliamo (per quanto riguarda soprattutto My Pain), anche Depeche Mode. In un tripudio finale di pezzi che per la maggior parte superano i sei minuti, arriva Solway Firth a chiudere alla perfezione un’opera in cui, è davvero il caso di dirlo, non manca proprio nulla.

Gli Slipknot si sono presi il loro tempo, sia per quanto riguarda l’attesa da The Gray Chapter, che per la lunghezza di We Are Not Your Kind (oltre un’ora di running time), dimostrando e consolidando la propria posizione nel panorama metal contemporaneo. Con questo ultimo disco infatti, i Nostri cementano la propria proposta, e lo fanno senza filtri e senza limiti, con la pretesa di non compiacere nessuno al di fuori di loro stessi, come si confà a una band del loro status, ma al tempo stesso, riuscendo ancora una volta a rendere intelligibili e appetibili le sonorità più heavy a una nuova generazione di “maggots”.

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