Onstage
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Gli Smashing Pumpkins di oggi sono una fotografia sbiadita di ciò che erano

Sono tornati gli Smashing Pumpkins (chi vuole può aggiungerci un bel punto di domanda) con Shiny And Oh So Bright, e successivo sottotitolo a contraddire il di sopra: No Past, No Future, No Sun.

Se date un’occhiata alle recensioni fresche di pubblicazione in questa Shiny and oh, so bright giornata di release, noterete parecchi pareri discordanti. Tra chi ne esalta il ritorno e chi è pronto a godersi una fucilazione annunciata. Chi sono io per smentirle? Nessuno. E infatti. Non crediate che non ci abbia provato. Il fucile era ancora smontato nel suo astuccio, non ho preparato nessuna gogna precotta.

Nonostante di tre anticipazioni (su otto) una mi aveva mezzo convinto, e con molte riserve, e le altre due mi avevano intristito alquanto, ero pronto a riabilitare un progetto che ci viene riconsegnato stropicciato, svuotato da anni di disastri mediatici e artistici del Deus Ex Machina Billy Corgan.

La ben nota vicenda D’Arcy Wretzky ha contribuito fin da subito a gettare acqua sull’entusiasmo dei fan innamorati e orfani di una delle band più significative degli anni ’90. Per quanto mi riguarda, la cosa non mi ha mai preoccupato più di tanto. Forse l’esclusione di Melissa Auf der Maur sì, ma D’Arcy è stata l’unica vittima del rimanere al passo dei tempi, o per lo meno provarci. Perché questi non sono gli anni ’90, dove l’imperfezione era arte, poesia. Viviamo gli anni della sovraesposizione e dei tour mastodontici, perché la musica guadagna solo sui live. Non servono più i dischi memorabili, servono tour di centinaia di date. D’Arcy, con tutto il bene, non poteva reggere. A malapena si è riusciti a tirare dentro Jimmy Chamberlin, ma per il rotto della cuffia.

Tutto stride in Shiny And Oh So Bright. Otto pezzi ora, altri chissà quando, in una bipartizione tutt’altro che necessaria, visto l’hype reduce dall’ascolto di questa prima trance. Poco.

Ascoltiamo. La presenza di tre musicisti su quattro originali, compreso l’impalpabile James Iha che per la causa si è allontanato dal tour degli A Perfect Circle, trasforma questa reunion nella versione più vicina alla fotografia originale. Ma gli Smashing non sono più un gruppo. E’ evidente dalla prima nota di questa musica piatta e svuotata di ogni personalità, con la criminale complicità del barbuto Rick Rubin, divenuto ormai un costosissimo ingranaggio di una fabbrica che produce standardizzazione, buttando nel mucchio entità aliene come Jovanotti e gli Smashing Pumpkins. L’ispirazione, il tocco, totalmente assente, fa il resto.

Shiny And Oh So Bright non emoziona praticamente mai. Non nella anticamera di benvenuto offerta dalla malinconica e stanca Knights Of Malta, portatrice di significati arcaici e cabalistici ahimè a noi incomprensibili. Il nostro cuore non riparte nemmeno nell’autocitazione Silvery Sometimes (Ghosts) dove il profumo di tempi andati acuisce l’astio di un tempio che vediamo profanare da troppo ormai.

Il pop della finale, stravagante e ironica Seek And You Shall Destroy intrattiene, ma non è possibile dimenticarsi di alcuni pezzi quasi offensivi, che riuscirebbero a riabilitare il progetto Swan. Parlo di Travels e Alienation, che con la loro aura di pochezza adombrano senza difficoltà l’unico ruggito del lotto: i due minuti e poco più di Marchin’ On. Poco altro, sia in Solara, che rimane il pezzo più convincente, anche se confuso e disorientato dal fatto di non sapere mai quale strada intraprendere, e l’imbarazzante ennesimo tentativo di fallita autocitazione di With Sympathy.

Quello che fa arrabbiare è che il nome del gruppo che ha fatto innamorare generazioni di ascoltatori è stato stropicciato negli anni da una sovraesposizione di Corgan, di uscite al limite dell’imbarazzo, da reunion che hanno prodotto line up dimenticabili, album che nemmeno setacciati nei loro momenti migliori forniscono delle b-side degne dei veri Smashing Pumpkins.

Senza tutto questo caos, forse questa reunion avrebbe un potere più grande, e invece parliamo del migliore tra i disastri. Perché live fanno ancora il loro dovere, ma senza il tocco di genialità, tutto quello che prima era dolcemente e malinconicamente grottesco diventa triste imbarazzo. Non rimane che seguirli sui palchi (li rivedremo al Firenze Rocks a giugno appena prima dei Tool) e cercare di usare le vecchie note per ricadere in quel sogno indotto, dove il dolore era bellezza e dove la diversità rendeva nobili.

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