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Gli Strokes ritrovano stile e ispirazione con The New Abnormal

Accogliere un nuovo album degli Strokes in questo 2020 ha molti significati, presagi che vanno ben oltre la sorpresa dei fan di sentire nuova musica da un gruppo, un brand, che era dato per agonizzante.

La band di New York ha dipinto di malinconia e distaccata poetica il periodo che dal crollo sia delle Torri Gemelle, sia delle sicurezze dell’intero mondo occidentale ci ha portato a questa pandemia. Nel mezzo, la crisi economica. La perdita dei punti cardinali dei valori che con fatica la generazione precedente ha dissotterrato dalle ceneri di una Grande Guerra, sulle onde gravitazionali partite da quell’esordio miracoloso che fu Is This It. Un gioiello di prepotenza umorale che a detta di tutti non ha avuto eguali, neppure nei due eccellenti seguiti Room On Fire e First Impressions of Earth.

La parabola discendente di Casablancas e compagni viene vista da molti coincidere con l’album Angles (2011) e soprattutto con il successivo Comedown Machine. Lì apparivano stanchi, svagati e indisponenti, non più cool ma marchiati da chiari segnali di esaurimento d’ispirazione, o forse semplicemente di un esaurimento del tempo massimo per la loro musica.

Dilaniati da contrasti interni e progetti solisti mai veramente decollati sia di Casablancas che di Albert Hammond Jr. la coesione della band sembrava compromessa. Non hanno mai suonato per sopravvivere, non hanno mai dovuto tirare fuori i denti per emergere dalle acque mulinanti del punk o del metal. La loro musica era la programmatica malinconia espressa con altezzoso distacco, che li ha tenuti sempre alla larga della familiarità del mainstream pur essendo, tutt’oggi, famosissimi. Il loro appeal radiofonico e al tempo stesso circondato da malinconico mistero li ha resi ghiottoneria per qualsiasi mega produttore musicale, ma al tempo stesso la frequenza compositiva rimaneva molto bassa. Tra il terzo ed il quarto album fanno passare 5 anni, e anche questo ultimo si è fatto aspettare parecchio.

Se il delicatissimo equilibrio tra voglia di creare musica ed esigenza personale è perduto, l’equazione non funziona. The New Abnormal arriva e rimescola il tutto, sostituendo alcuni elementi perduti per sempre con altri, ed il risultato è una boccata di aria fresca e il sollievo dei fan che vedono allontanarsi un po’ più in là il capolinea annunciato di una band.

Dopo ben 7 anni ecco la redenzione per il flop di Comedown Machine. Il sesto lavoro in studio è un album all’insegna della consapevolezza di musicisti ormai quarantenni, della presa coscienza di trionfi e di cadute, degli umori dei fan, del mondo musicale che li circonda. Gli Strokes si preoccupano di innovarsi, di strizzare l’occhio alle loro profonde radici musicali e ai loro miti, di strizzarlo anche ad alcuni loro esimi colleghi contemporanei, e si preoccupano di rassicurare i loro fan del fatto di essere, nonostante tutto, sempre loro stessi.
Ma ancora più di tutto l’impegno è stato quello di confezionare un album godibile a 360 gradi, che pur essendo uno dei più eterogenei della loro carriera risultasse compatto e senza cali o interruzioni di ritmo e intensità emotiva.

Tra un riff di chitarra e la ormai costitutiva atmosfera 80ies, The New Abnormal è la fusione perfetta di un rock anni ’70 trasportato magicamente nella cultura pop degli anni ’80, il tutto filtrato esteticamente attraverso un’attitudine garage newyorkese di nuovo millennio.
Il risultato è uno stile naif, altolocato, un rock elitario che ha ispirato un mondo indie pop e rock che a loro deve tantissimo, oggi più che mai. Così tra citazionismi necessari che dai The Cure arrivano a Lou Reed, i nostri ammiccano anche ai contemporanei Arctic Monkeys e Tame Impala, in un album che ha diversi blocchi ben amalgamati, i quali compongono una corsa controllata che si esaurisce in un battito di ciglia.

C’è il blocco dell’usato garantito, quel sound che ascoltandolo ti fa dire “ok, questo è Strokes 100%”. Questa è gente che della cantilena ha fatto arte e veicolo del proprio successo. In questo senso i fan verranno confortati dal ritornello di The Adults Are Talking, dal revival malinconico di Brooklyn Bridge to Chorus, dall’eco pop rock dei The Cure nel singolo Bad Decision (con tanto di citazione di Billy Idol).
Come detto, i ragazzi rendono l’album piacevolmente vario, sorprendendo con alcune virate alla dance vintage di Eternal Summer, al decadentismo synth di At The Door, scelto coraggiosamente come singolo. Le chitarre di Why Are Sundays So Depressing sembrano uscire dalle corde di Johnny Marr degli Smiths, per poi stupire con un ritornello condito di riverberi per dipingere quella malinconia annoiata di cui gli Strokes sono maestri.

Episodio a parte la ballatona Not The Same Anymore, crepuscolare e sensuale, prima di spiazzarci ancora nel finale con Ode to the Mets, che rimanda al progetto solista Julian Casablancas e i The Voidz, con incastonato un motivetto pop che ricorderà a molti un vecchio brano pop di Anastacia (Left Outside Alone).
Rick Rubin alla produzione si conferma, pur senza rivoluzionare il suono, un ottimo motivatore. Colui che è in grado di capire le forze e le debolezze di un gruppo di musicisti e metterli nelle condizioni migliori per esprimersi, risollevando le sorti di musicisti svuotati, svogliati. Non è uno dei migliori di sempre a caso, nonostante qualche uscita a vuoto o collaborazione discutibile.

Non c’è provenienza sociale, differenza di gusto o di genere che ci distanzi come sta facendo il virus, se c’è di mezzo la musica. Tutti noi siamo vicini e accumunati dalla stessa magia, quella che si genere dall’ascoltarla. The New Abnormal è un bell’album, pieno di stile e che intrattiene piacevolmente. In quest’era dove la musica non sembra più in grado di essere rivoluzionata, dobbiamo sperare che chi ha già fatto la storia riesca a ritrovare verve e ispirazione per farci godere una volta ancora, prima che il mondo imploda portandoci con sé.
Appare curiosa la coincidenza concretizzatasi in questo testa coda del gruppo, che ha iniziato con l’attacco alle Torri Gemelle nella loro New York e che ritorna ora, in concomitanza con una pandemia mondiale. Che sia una storia aperta e chiusa in questo modo? Una parentesi di storia musicata con stile, portata avanti tra consensi e critiche, attriti interni, e arrivata a termine con una ben trovata consapevolezza del proprio posto nel mondo della musica? Se questo è il caso sarebbe una bella parabola, con tanto di lieto fine.

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