Onstage
Take That Wonderland

I Take That non saranno mai più una boy band (e Wonderland lo dimostra)

Prendete tutto quello che sapevate, e avete sempre pensato, delle boy band (e, in particolare, dei Take That) fino ad oggi e mettetelo da parte. Compreso il turbinio di emozioni che avete provato (magari eravate appena adolescenti) durante il primo boom di questo genere musicale avvenuto nella prima metà degli anni Novanta, un periodo in cui gruppi di ragazzotti più o meno bene assortiti sono riusciti a suon di hit – molte delle quali particolarmente riuscite, devo ammetterlo, come Back for Good (1995) o Sure (1994) – ad infiltrarsi nelle classifiche di tutto il mondo. Chiudete in un cassetto anche tutte quelle smielate ballatone romantiche e quelle dichiarazioni d’amore in musica strappalacrime. E buttate via la chiave.

Take That WonderlandGuardiamo ora cosa sono riusciti a mettere insieme i Take That di oggi, anno 2017, con Wonderland, il loro ultimo disco di inediti: orfani prima di Robbie Williams (fin dal 1995, evento spartiacque nel cuore di molte e molti fan che ha dato il via ad una lunga storia di abbandoni e clamorosi ritorni in occasione delle numerose reunion), poi di Jason Orange nel 2014 (che, a differenza dell’affaire Williams, è stato un evento francamente trascurabile), Wonderland è il primo vero album con formazione a tre – ovvero Gary Barlow, Mark Owen e Howard Donald -.

Ed è un gran bel disco pop, nel vero senso del termine: anche se non sono più legati, già da tempo, a logiche sforna-hit, i Take That si dimostrano artisti maturi e consapevoli di quello che possono ancora dare, musicalmente parlando. Questo si avverte fin dalla title track nonché opener Wonderland, che è anche la migliore canzone del disco.

Music makes me feel good, si ripete in continuazione nel ritornello, e questo è un aspetto da non sottovalutare mai quando si sceglie di mettere al primo posto nella propria vita (e nel proprio lavoro) la musica. I Take That con il tempo si sono trasformati in una sorta di collettivo artistico in cui ognuno offre il suo apporto decisivo portando quello che sa fare meglio, una sorta di evoluzione moderna del vecchio concetto di boy band per ragazzine: ci sono le ballate, di cui Gary Barlow è un vero campione mondiale, e poi brani più sincopati, su cui Mark Owen e Howard Donald si possono sbizzarrire.

Il tutto, emerge già al primo ascolto, sempre con un occhio rivolto al potenziale live – e danzereccio – dei brani: in particolare spiccano Giants (che è anche il primo singolo che è stato estratto), River, valorizzata dall’apporto decisivo della voce di Mark, e Lucky Stars, caratterizzata da un delizioso giro di basso, molto funky, che per certi versi ricorda i Daft Punk.

Stelle fortunate, appunto. Ma non è corretto parlare di mera fortuna: durante i loro 25 anni di carriera i Take That sono riusciti a sopravvivere, uscendo sempre indenni, al successo, agli infruttuosi tentativi di carriere soliste, alla scomparsa e al ritorno in grande stile, e questo è stato possibile grazie alla loro capacità di perenne trasformazione e crescita, fattori che poggiano le fondamenta su un indiscutibile talento. E senza quello non si va proprio da nessuna parte.

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