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Taylor Swift: l’amore è meno efficace dell’odio?

«Perché scrivi solo cose tristi?»
«Perché quando sono felice esco»

Iniziare una disamina dell’ultimo album di Taylor Swift partendo da una frase – iconica – di Luigi Tenco vi ha spiazzato, immagino. Eppure, terminate le 18 tracce di Lover – album della cantautrice statunitense uscito il 23 agosto 2019 – è la prima cosa che mi è venuta in mente. Non è necessario elencare i sei album che hanno preceduto l’ultima fatica della Swift per sottolineare quanto la sua discografia sia impregnata di rabbia, delusione e disastri amorosi.

Reputation poi – il progetto che ha preceduto Lover – metteva sul piatto anche rancore e vendetta, proprio per non farsi mancare nulla. Lo dico senza snobismo. Credo anzi che la vera forza di Taylor Swift sia stata proprio quella di diventare – consapevolmente o meno – la paladina di tutti i cuori distrutti del globo e che la sua musica sia, in un certo senso, un manifesto ormai composto da piccoli drammi quotidiani in cui però tanti si rispecchiano. Più che nelle ballad d’amore infiocchettate che ormai sembrano anacronistiche. La Taylor pazza, drammatica e vendicativa che abbiamo conosciuto finora – grazie anche alla cronaca rosa che correva sul binario parallelo – ha però lasciato il posto a una Taylor innamorata e fidanzatissima (con l’attore Joe Alwyn, per la precisione).

Bisogna parlarne perché Lover, proprio come ogni album della Swift, descrive minuziosamente i turbamenti e gli stati d’animo del cuore dell’artista nell’hic et nunc e finisce dunque per essere una dichiarazione d’amore spassionata nei confronti del compagno, con tanto di colori pastello in copertina e di titolo che – direi – parla già abbastanza chiaro e non mente sul contenuto della tracklist.

Anzi, il disco si apre proprio con I Forgot That You Existed, quasi a creare una voluta dicotomia con Reputation che grondava rancore e unforgiveness. I riferimenti sono sempre chiarissimi (così come i continui easter eggs e link che i fan si divertiranno a scovare), eppure Lover si apre con il verso «Quanti giorni ho trascorso pensando a quanto mi avessi fatto male?», per poi esporre il tema principale dell’album nel ritornello: Taylor ha dimenticato l’esistenza dei suoi nemici e dei suoi haters (a cui comunque deve tantissimo) e, se non atterra sul terreno del perdono, di sicuro si muove a proprio agio in quello dell’indifferenza.

La traccia successiva, Cruel Summer, non fa che argomentare il tutto: Taylor è innamorata e, almeno in questo periodo, ha trovato la pace dei sensi. Da qui l’enorme produttività (18 tracce sono veramente tantissime) e il tappeto sonoro molto soft dell’album, a cui la Swift ha lavorato in prima persona affiancata da storici e fidati producer (Jack Antonoff e Louis Bell per citarne due). Il risultato è un lavoro che si distacca ampiamente dai progetti precedenti e che fa apparire Taylor non perfettamente a fuoco.

Anche e soprattutto perché su tutto Lover grava un eccesso di manierismo che sembra la conseguenza più eclatante dell’aver voluto allontanarsi dalla propria zona di comfort. Escluse un paio di tracce acustiche (Soon You’ll Get Better è dedicata alla mamma e penso sia una piccola chicca), l’album vira verso un sound più ricercato e raffinato che si allontana dal pop convenzionale per creare un sound minimale e più ricercato.

Nulla però sembra originale. Anzi, ogni canzone ricorda qualcosa di già sentito, come se Taylor si fosse guardata intorno e vedendo lo spauracchio di personaggi come Billie Eilish o Halsey abbia corretto il tiro. Cruel Summer ricorda proprio il mood di Colors di Halsey. Miss Americana & The Heartbreak Prince sembra avvicinarsi più alla realtà evanescente di Lana Del Rey. Lover rimanda alle atmosfere di Fade Into You dei Mazzy Star. Paper Rings – con il suo beat molto anni ’60 – quasi crea un ponte con Shake It Off, mentre su False God si sente addirittura un sassofono.

Lover è un album che si apprezza se si smette di pensare alla Taylor Swift di 1989. Perché la discografia di Taylor prima di Lover ha notevolmente alzato le aspettative nei confronti della cantautrice, indirizzandole in modo preciso verso un target ben delineato.

Il nuovo album va in tutt’altra direzione, tanto che la Swift ha anche dichiarato di voler rinunciare agli stadi per scegliere venues più raccolte per il tour. Di per sé, il cambio di rotta per un artista è sempre positivo: è che Taylor probabilmente dà il meglio di sé in un altro mood. O, forse, era talmente abituata a mettere in mostra i propri difetti e l’imperfezione, che parlare di amore in modo positivo ha richiesto qualche sforzo. Tutto questo si sente, si avverte.

Per cui, riallacciandomi alla frase di Luigi Tenco in apertura, alla fine dell’ascolto di Lover (curiosità: l’album si chiude con Daylight, che doveva essere originariamente il titolo del disco), ho pensato subito che parlare di un album “felice” scritto da Taylor Swift fosse un ossimoro. O forse è solo che cantare la felicità dopo aver buttato giù il manifesto delle storie finite male non è semplice e anche Taylor dovrà imparare a farci l’abitudine. O forse ancora dovrebbe solamente uscire e goderselo, come faceva Luigi Tenco.

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