Onstage

TesseracT e le nuove frontiere del prog metal moderno

Il 20 aprile 2018 vedrà la luce Sonder, quarto e nuovo disco in casa TesseracT. E proprio Sonder è la chiave per comprendere nel concreto perché la band britannica sia in cima alla catena alimentare del progressive metal moderno, insieme a una manciata di altri nomi imprescindibili per chi bazzica la scena fin dai primordi, come Periphery e Between the Buried and Me. A proposito, segnatevi in rosso sul calendario la data 24 novembre 2018: a Parma suoneranno proprio Tesseract e Between The Buried and Me (qui l’evento Facebook). Si tratta di un lavoro che riassume in sette pezzi tutta la carriera del quintetto di Milton Keynes, racchiudendo in sé la potenza allo stato grezzo di One (2011), le atmosfere eteree di Altered State (2013, unico album senza il frontman Daniel Tompkins, che tornerà in formazione l’anno successivo) e infine, l’accessibilità pop di Polaris (2015), e non solo. Ma andiamo con ordine.

I primi segnali di vita dopo il meritato periodo di relativo riposo in seguito al successo di Polaris, si sono palesati durante l’estate dello scorso anno con la pubblicazione di un singolo inedito, Smile, che aveva ingolosito i fan dei Tesseract fino al teasing ufficiale dell’album e all’uscita di un altro inedito, Luminary (con una campagna Facebook con tanto di countdown che aveva fatto impazzire tra mille ipotesi i follower della band), seguito più recentemente da King, il brano che musicalmente meglio esprime le molteplici sfaccettature di Sonder.
Per meglio comprendere il significato di un’opera così complessa e del perché possa nuovamente sparigliare le carte in tavola nel progressive metal contemporaneo, abbiamo raggiunto Daniel Tompkins, alla vigilia della partenza del tour mondiale con i Tesseract (che toccherà prima il Nord America per poi spostarsi in autunno nel continente europeo toccando, come già ricordato sopra, anche l’Italia il prossimo 24 novembre).

Come intuibile, e seguendo una sorta di “moda” di alcune giovani formazioni della scena, Sonder è un vero e proprio concept album, basato paradossalmente su una parola che, in realtà, non esiste nella lingua della Regina. Infatti è un termine coniato da zero da John Koenig, autore del “Dictionary of Obscure Sorrows”, opera nella quale si cerca di dare il nome a molte emozioni umane che non hanno ancora un termine specifico per essere descritte. Insomma, un modo per re-immaginare il modo di comunicare con le parole, un po’ come i Tesseract hanno sempre fatto con la musica. Tornando al significato stretto di Sonder, in breve si può spiegare, come ha dichiarato lo stesso vocalist: “come la realizzazione di far parte di una storia più grande, nonostante il tentativo di isolarci l’un l’altro il più possibile, o meglio la falsa percezione che Internet e i social ci uniscano. Per fare un esempio concreto, quando scegli un amico o un compagno di vita, è necessario entrare in sintonia con questi ultimi tramite un contatto visivo. È il linguaggio del corpo l’unico modo per capire la personalità e i fini di chi ti sta di fronte, e per stabilire delle relazione veritiere e durature”. E Luminary, l’opener dell’ultima fatica dei Nostri, parla proprio di questo.

Come già accennato, musicalmente parlando, Sonder è un lavoro molto più complesso e progressive nel senso stretto della parola rispetto al passato, ma che non rinnega nulla di quanto prodotto in precedenza. Riesce a far coesistere due animi contrapposti tra loro, la rabbia cieca e il senso di pace interiore che può derivare solo dalla presa di coscienza di sé, all’interno di un meccanismo molto più grande di noi. Prendete Orbital. Secondo Tompkins, il terzo brano di Sonder, riassume concettualmente tutto il disco. “È la stessa idea di Luminary, ma da un punto di vista “astrofisico”: realizzare quindi dall’orbita terrestre quanto siamo piccoli, è un concetto molto toccante. Osservare la Terra e l’umanità come un tutt’uno, un unico cuore e un’unica mente, un unico destino (“One voice in the light / Silence and clarity: obvious destiny // One heart, one mind” – una voce nella luce / silenzio e limpidezza: un destino certo // un solo cuore, una sola mente)”. Idea che viene ripresa anche nell’artwork di “Sonder”, realizzato da Amos Williams, storico bassista dei Tesseract: “Abbiamo voluto rappresentare la prospettiva orbitale in un’unica immagine, disegnando un simbolico allineamento di pianeti”.

Ma, facendo un passo indietro, il processo che sottende al termine Sonder è tutt’altro che semplice. Ci sarà sempre chi tenterà di rubarti la libertà di essere te stesso, concetto alla base della potente King. La rabbia e la frustrazione che derivano dal testo si rispecchiano nel cantato di Tompkins, che per l’occasione e a sorpresa, decide di rispolverare gli harsh vocals: “Ho sempre detto che sarei tornato allo screaming solo se la musica mi avesse parlato nel modo giusto. Acle (Kahney, il chitarrista, ndr) ed io ci siamo consultati diverse volte prima di metterci a scrivere il disco e ci siamo detti che sarebbe stato bello riportare in vita degli aspetti più heavy del nostro passato. È stata un’interpretazione naturale di ciò che volevo comunicare con le lyrics. Quando mi sono preso una pausa dai Tesseract sono diventato un cantante molto più solido, non tanto sul livello tecnico ma quello del songwriting”.

E proprio nella scrittura dei testi, il cantautore indaga la sua personale concezione di sonder, alla quale non è arrivato solo grazie alla musica, ma anche e soprattutto alla paternità. E infatti, Mirror Image parla proprio di questo: “Questo brano ruota intorno a un sogno ricorrente che mi capita spesso di fare. Sono in cima a una collina, insieme alla mia famiglia, e guardiamo l’orizzonte, mentre c’è una sorta di tempesta molto forte, con fulmini e tutto il resto, un’immagine che ricorda un po’ una scena della Guerra dei Mondi. All’improvviso i lampi si fanno sempre più vicini, colpendo il terreno a pochi metri da noi. E io sento questo sconvolgente senso di minaccia, di paura di perdere i miei cari. “The lightning struck into //A mirrored image of the truth” – il fulmine colpisce // un’immagine riflessa della verità, si collega anche a un altro concetto che mi ha sempre affascinato, quello dello specchio, del doppio e della verità. È una canzone molto introspettiva, in cui esploro la mia identità, il mio nuovo posto nel mondo”.

Ma anche l’attrazione per la morte, e per la vita nell’aldilà, è un tassello che compone la rinascita con occhi nuovi. “Beneath my skin” infatti, “significa arrivare alla fine del ciclo vitale come essere umano e volersi separare dai limiti di essere intrappolati nei propri corpi. Penso che la mente e il corpo siano due entità separate. È una cosa che ho sempre trovato affascinante, il concetto di morte, non solo da un punto di vista scientifico. Quindi mi sono chiesto, cosa succede all’anima, cosa succede ai pensieri, alle emozioni, ai ricordi? Essendo credente, è un’opportunità per sondare e chiedersi che cosa succeda nell’aldilà, perché sono sicuro che non vada tutto perso”.

L’ironia della condizione umana è il tema alla base di Smile, dal sound molto cupo (ancora di più nella versione su disco che la single version) con questo sorriso, che per contrasto risulta davvero inquietante. Così come The Arrow e il suo ineluttabile senso di rassegnazione che va oltre il rimpianto, suggerito dal tono e dalla sonorità ambient. Insomma, per capire cosa significa “sonder” bisogna soffrire, fino all’ultima cellula del proprio corpo, e non è detto che alla fine, si riesca ad arrivare alla verità ultima e alla felicità.
Tornando alla musica in sé e per sé, i Tesseract, quindi, come accennato in precedenza, non rinnegano il passato, ma lo omaggiano filtrandolo attraverso una nuova sensibilità. Prendete Juno, che è talmente djent che sembra funk. Ma attenzione a definire il quintetto djent: “Ormai è diventata un’etichetta molto meno esclusiva, che si attaccano in tanti, ma noi non siamo più djent, o almeno non del tutto, o forse non lo siamo mai stati per davvero, avendo da sempre esplorato più sottogeneri, a parte forse per il nostro primo album”.

Ciò che i Nostri non rinnegheranno mai in assoluto è l’amore per i tecnicismi e per la purezza dei suoni. Tanto che Sonder sarà disponibile anche in versione binaurale, con audio a 360 gradi, in modo da tradurre su supporto fisico esattamente la sensazione di trovarsi sul palco insieme ai membri della band, assaporando la perfezione cristallina della loro proposta.
Un bel modo per accontentare una fanbase da sempre esigente, ma anche molto variegata, a detta di Tompkins: “Ogni album che abbiamo prodotto è diverso. E ho capito negli anni che abbiamo creato fanbase differenti per ogni disco. Le reazioni perciò saranno miste, è un lavoro che a tratti vuole essere una sfida non solo per noi ma anche per i fan. In generale, alle persone non piace troppo il cambiamento. È comune cadere nella trappola di aspettarsi la stessa cosa per due volte di fila dalla propria band preferita , ma noi non siamo così, cambiamo sempre la formula e vogliamo essere interessanti e rimanere rilevanti, anche per la nostra stessa sanità mentale. Si può avere successo riproducendo sempre lo stesso sound, molte formazioni lo fanno, ma noi, come artisti, abbiamo bisogno di evolvere da un punto di vista creativo”.

In attesa che esca Sonder, un consiglio: ascoltate tutta la discografia dei Tesseract, e individuate il vostro album preferito. State certi che lo ritroverete nella nuova fatica dei Nostri, ma insieme a molto altro. Come un concept che non può lasciare indifferenti, essendo tutti virtualmente interconnessi 24 ore su 24, ma alla fine dei conti, soli al mondo. Però, come spesso accade, ci pensa la musica a colmare molti vuoti.

Cover Photo – Steve Brown – stevebrowncreative.com

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