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The 1975: ecco il loro disco manifesto

Il terzo album in studio dei The 1975 è un manifesto. Uno dei pochi lavori pubblicati negli ultimi anni a potersi fregiare di un titolo tanto nobile. Manifesto. Di questi tempi c’è già da esultare quando una band riesce a pubblicare un disco degno di questo nome, che non sia un fatuo pretesto per andare in tour, figuriamoci lo stupore nel trovarsene davanti uno che in qualche modo sia in grado di descrivere il nostro tempo.

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Il frontman Matt Healy, a ventinove anni, si ritrova già alle spalle una consunta storia di dipendenza da eroina con annesso rehab. Non nasconde i suoi disagi, schiva i cliché con l’etilica disinvoltura di un Jack Sparrow e si prende in carico il compito di spiegare ai suoi contemporanei – e ai posteri che ascolteranno la sua musica negli anni a venire – quello che sta succedendo alle relazioni umane.

Attualità è la parola chiave, tanto nelle tematiche, quanto nei suoni. E qui sta la più bella contraddizione di questa band e di questo suo terzo disco. I The 1975 usano tutto ciò che amano della musica, principalmente un elettro-pop anni Ottanta, e lo rendono la colonna sonora di un viaggio al centro del disagio contemporaneo. In pratica si servono di una seminale musica solo apparentemente fuori moda, sbranata dai continui revival, e le plasmano intorno un modo di concepirla estremamente attuale. Le chitarre di A Brief Inquiry Into Online Relationships sono le uniche chitarre che possono sperare di far breccia nelle nuove distratte mandrie di playlistofagi di Spotify. Sono chitarre di plastica, che funzionano quando accompagnano vocoder e autotune, restituendo un suono talmente moderno da coprire quel lato retrò di cui sopra.

Esiste un modo per fare tutto questo portando avanti la propria scalata al successo, facendo del buon fanservice e allo stesso tempo mettendo in tracklist un’autentica espressione dei propri gusti musicali? Il combo di Manchester decide di farlo dividendo il suo terzo full-lenght in due parti. La prima, ricca di singoloni, è assolutamente per i fan, vecchi e nuovi, per non smettere di essere un teen band. La seconda, quella meno immediata e con meno appeal, segue il gusto personale, per provare a smettere di essere una teen band. Ancora contraddizioni, sempre più affascinanti.

Dalla pubblicazione del loro debuto omonimo molti artisti si sono rivolti ai propri produttori dicendo: “sentite un po’, il nostro disco deve suonare fresco come quello di questi ragazzetti qua”. In questo senso la formazione britannica capitanata da Matt Healy si limita a raccogliere la propria eredità, portando avanti quanto fatto con i primi due capitoli discografici, mettendo però ancora più a fuoco la propria personalità, i propri gusti e le proprie aspirazioni.

In effetti sembra che questa band dedichi più sforzi e risorse nel capire “come” suonare, piuttosto che al “cosa” suonare. Un produzione talmente ponderata da essere essa stessa il miglior veicolo della loro arte, ancora più delle mirate tematiche, dei vari concept. Ancor più dei brani stessi. La forma che prevale sul contenuto, anche quando il contenuto ha un suo valore. In pieno stile odierno. Il risultato è uno dei migliori di questo 2018. Sicuramente uno dei più rilevanti.

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