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Strength in Numb333rs è la prima bomba rock del 2019

Il 18 gennaio 2019 è uscito Strength in Numb333rs, album d’esordio dei Fever 333, un lavoro dietro al quale si è creato negli ultimi mesi un hype non indifferente, di quelli degni delle più grandi uscite. Soprattutto per via dei protagonisti dell’opera in questione. In primis Jason Aalon Butler, vocalist noto per i suoi trascorsi nel gruppo post-hardcore letlive, passando per Aric Improta, spina dorsale e batterista della band post-rock strumentale Night Verses, per finire con Stephen Harrison, ex chitarrista della formazione metalcore The Chariot.

Abbiamo avuto l’opportunità di chiacchierare con il trio qualche ora prima della loro esibizione in apertura del concerto italiano dei Bring Me the Horizon dello scorso novembre, un importante trampolino di lancio per un progetto che non è solo musica, ma anche impegno sociale concreto. Ma prima di tutto, occorre fare un passo indietro. Come sono finiti insieme i Fever 333? La risposta ce la dà Jason Aalon Butler, raccontandoci anche dell’intervento di un deus ex machina molto speciale. “Quando mia moglie era incinta, ho lasciato i letlive e ho iniziato a rallentare i ritmi. Per un po’ ho fatto anche un lavoro vero (ride) e in questo frangente ho conosciuto Travis Barker dei Blink 182, e abbiamo scoperto di avere molti amici in comune, come il produttore John Feldmann. Ci siamo incontrati ancora diverse volte, e a partire da febbraio 2017 abbiamo iniziato a scrivere qualche canzone insieme. Nel corso del processo Aric e Stephen sono arrivati come una naturale conseguenza. Con Aric avevo già lavorato e suonato in passato e anche con Stephen avevamo fatto qualche tour insieme con le nostre rispettive band. Quando è arrivato il momento di dare vita ai Fever 333, loro sono le prime persone che mi sono venute in mente. Li ho sempre ammirati molto, quindi collaborare con loro è un sogno diventato realtà”.

Se da un lato, date le premesse e i soggetti coinvolti, era impossibile aspettarsi un risultato sotto la sufficienza per Strength in Numb333rs (considerando anche l’EP Made An America, uscito nel marzo dello scorso anno), dall’altro un progetto così ambizioso e variegato può correre il rischio di risultare poco compatto, offrendo diversi spunti senza indagarli a fondo. Ma non è questo il caso dell’esordio dei Fever 333. La spiegazione la offre la band stessa: “Quando cerchi di fare crossover a volte è facile cadere nel banale e nello scontato, ma noi abbiamo cercato di dare un sapore diverso al tutto, approcciando ogni genere e ogni influenza in modo da onorarli, piuttosto che limitarsi a imitarli o prendere in prestito idee”. E la prova del nove è superata anche all’atto pratico, non appena si preme play.

Parola d’ordine di Strength in Numb333rs è “change”. L’intro … (non è un refuso, i tre puntini di sospensione sono il titolo, ndr) ci introduce in quella che potrebbe essere benissimo la colonna sonora di una rivolta di strada, oppure l’istantanea dell’America di periferia, segnata dalle tensioni razziali, dal possesso d’armi più o meno legale, dalla disparità e dal degrado, ma con una manciata di individui che portano in sé la scintilla del cambiamento, consci del fatto che per ricostruire una realtà più vera e più giusta, si debbano usare le maniere forti.

E per cambiare la cose, bisogna mettersi in gioco in prima persona, e prima di tutto e di tutti, gli artisti stessi devono farlo.Siamo stati davvero in strada, a stretto contatto con la gente e con la scena (anzi le scene) da cui volevamo prendere tutto il meglio per riversarlo nel nostro disco. Volevamo far provare con mano alla gente che il cambiamento che noi vogliamo è tangibile, non è un mito o un’utopia, non si tratta solo di accendere il computer o lo smartphone, funziona solo nei rapporti concreti tra le persone nel mondo reale. Ci sono una valanga di video di noi che corriamo a spargere la voce per le strade e suonando nei parcheggi. Pensiamo anche che a molte band di oggi manchi il coraggio, nel senso che magari i messaggi da veicolare li hanno, eccome, ma non abbiano voglia o modo di mettersi in gioco nel concreto. Per questo cerchiamo di metterci tutto, lanciandoci anche in iniziative non convenzionali e mettendoci la faccia sul serio”. Viene quasi da dire che i Fever 333 non siano solo una band, quanto piuttosto un collettivo, formato da loro stessi e da chi condivide il loro pensiero.

Riprova di quanto appena dichiarato, lo show che i Nostri hanno tenuto nel 2017 a sorpresa e in pieno giorno in un parcheggio di Inglewood, città californiana in cui è nato il frontman. Una mossa decisamente punk nello spirito, che ha permesso al trio non solo di introdurre al mondo il proprio progetto, ma anche di dimostrare quanto le loro performance live siano sentite e sudate, cariche di passione, tecnica e impegno (non è un caso infatti se i Fever 333 si sono guadagnati una nomination ai prossimi Grammy Awards nella categoria Best Rock Performance con Made An America).

E Strength in Numb333rs riesce a tradurre su disco tutte le caratteristiche degli show dei Nostri esposte poco sopra. In particolare Jason Aalon Butler (che ricordiamo è figlio d’arte, in quanto il padre è stato il cantante del gruppo soul Aalon) è uno degli esempi più lampanti che l’interpretazione è tutto, specie quando si vuole far passare un messaggio come il suo. Dalle urla strappate all’hardcore, alle strofe rappate, ai ritornelli catchy, il vocalist riesce a essere convincente, mettendo in mostra la sua personalità strabordante, senza per questo uccidere quella dei suoi compagni.
La via del disco è quella segnata dal singolo Burn It, in cui le aperture melodiche in contrasto con lo screaming di Butler costruiscono uno schema che alla lunga non risulta mai banale e improvvisato, ma strutturato e pensato nei minimi dettagli, senza dimenticare da dove arriva ogni componente della band. Out Of Control, per esempio, presenta alcune soluzioni tipiche del metalcore melodico contemporaneo, ma lascia anche spazio alla tecnica di Improta, vero e proprio fuori classe alle pelli. Non mancano le parentesi più heavy (vedi The Innocent), in cui i riff di Harrison si intersecano alla perfezione con lo strombazzare dei sintetizzatori.

Le vere sorprese del disco però sono Am I Here? e soprattutto Inglewood/3, un brano di oltre sette minuti in cui (per lo meno per la prima parte) Butler prende il fiato in un sentito omaggio alla città che lo ha visto nascere, crescere, e prendere coscienza di sé e di come funziona il mondo. “Sono cresciuto in una zona in cui la sensazione di essere svantaggiati e tagliati fuori era tangibile, l’abbandono e la consapevolezza di essere degli outsider nella nostra stessa società erano pesanti come un’incudine. Quando ero giovane andavo a scuola in un quartiere diverso da quello in cui vivevo, perché mia mamma voleva che avessi una buona istruzione, e la ringrazierò sempre per questo, e quando ero lì vedevo la differenza tra dove vivevo e dove studiavo. Volevo capire il motivo di questa disparità, e mi dava parecchio sui nervi. Quindi ho iniziato a raccogliere informazioni da solo e fare domande anche scomode in giro, e ho realizzato con il tempo che esistono diversi modi per aiutare la tua comunità. Ho letto di tutto, dalle teorie marxiste, a quelle anarchiche, ai saggi di ingegneria sociale. Nei Fever 333 l’aspetto dell’attivismo e della beneficenza è una parte più che integrante. Non solo perché la musica in generale può essere un veicolo per trasmettere le nostre idee e per svegliare le coscienze, ma anche perché una cosa “semplice” come scrivere un album è un’occasione per dar vita a un cambiamento nella vita reale, iscrivendosi per esempio a un ente di beneficienza o donando parte degli introiti. Infatti, ogni volta che qualcuno compra il nostro merchandise, o i dischi, aiuta il nostro ente benefico Walking In My Shoes. Se ci pensi è una cosa semplicissima, e volevamo che fosse così per far sì che il maggior numero di persone se ne sentisse parte attiva”.

Forse è ancora troppo presto per poter affermare che i Fever 333 siano pronti a raccogliere il testimone dei Rage Against the Machine, ma se è vero che ogni epoca storica ha avuto i suoi “canti della rivolta”, gli inni delle proteste del 2019 potrebbero avere il volto rapcore dei Fever 333, in un mix di ideologie, sound, estrazioni culturali e razziali diverse e integrate in un mondo che non ha bisogno di muri, anche se qualcuno vuole farci credere il contrario.
La chiave del successo dei Fever 333 è la genuinità, e continuare a essere se stessi nonostante tutto, e nonostante spesso non sia facile rimanere sui binari, come ricorda lo stesso Butler. “La svolta per me è arrivata quando ho capito che ciò che sto facendo è più grande di me come individuo singolo, che piango sul tour bus pensando a quando tornerò a casa e rivedrò mio figlio. Convogliare il nostro messaggio, far sentire anche la gente “comune” in grado di farlo, dare la forza ai nostri fan è diventata la nostra ragione di vita. Insomma, c’è un disegno molto più grande di noi e mia moglie è straordinaria perché continua a ricordarmi che ciò che sto facendo non è solo un lavoro, ma anche il futuro per i nostri bambini. Siamo molto fortunati a essere qui ora, e poi, anche se avessimo l’opportunità di fermarci, te lo dico: non ce la faremmo mai, è più forte di noi”.

Credit foto: @jweinerphoto

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