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I The Script non riescono a stupire e rimangono ruffianamente radiofonici

Mentre partono le prime note di Freedom Child, ultimo lavoro della band irlandese The Script, sono fiduciosa. Il trio, che schiera la medesima formazione da oltre 15 anni ed è giunto ormai alla pubblicazione del quinto album di studio, potrebbe aver trovato la formula giusta per stupirmi e per farmi ricredere definitivamente. I nomi di producer e collaboratori presenti nei credits (su tutti Andrew Frampton) fanno ben sperare, così come la discreta quantità di tempo intercorsa tra il rilascio di No Sound Without Silence, uscito tre anni prima, ed oggi.

the-national-sleep-well-beast-recensioneDopo solo qualche brano però, nonostante un piccolo cambio di registro stilistico, mi sembra subito che la ricetta utilizzata sia sempre la stessa già sperimentata nei dischi precedenti, se possibile però diventando ancora più pop e perdendo in parte la sua immediata riconoscibilità e quindi, snaturandosi ulteriormente. Ci sono inserti dance, electro e hip hop, melodie orecchiabili, vocalità spianata e ritornelli canticchiabili. Nessuno dei pezzi, però, è lontanamente paragonabile a vecchi successi come Hall of Fame, Breakeven o Superheroes, entrati di diritto tra le hit da classifica.

Danny O’Donoghue, Mark Sheehan e Glen Power hanno unito le loro strade nel 2001 a Dublino e da allora hanno conquistato, come The Script, il pubblico di numerosi paesi, vendendo quasi 30 milioni di dischi e facendo moltissimi concerti. Alla luce di questo, bisogna dare loro atto che lo hanno fatto sempre e comunque rimanendo fedeli ad un certo stile, un’impronta inconfondibile che hanno (in parte) mantenuto fino ad oggi e che fa presa in particolare sui giovanissimi.

Anticipato dal singolo Rain e rilasciato l’1 settembre 2017, Freedom Child dice esattamente ciò che un certo tipo di pubblico – lo stesso che ascolta band come Imagine Dragons, Maroon 5 e Bastille, ma anche artisti pop come Justin Bieber o Jason Derulo – vuole sentire: parole ottimiste, dediche d’amore, desiderio di libertà, il tutto sorretto da ritmi rassicuranti ed ariosi. C’è anche un piccolo accenno critico alla attuale situazione politica d’oltreoceano (Divided States of America), ma la maggior parte dei brani si mantiene sulla stessa linea tematica.

Veniamo al dunque, però. L’impressione finale è che Arms Open, Rock the World e Written in the Scars (su tutte) siano canzoni innegabilmente paracule perché sembrano scritte proprio per essere passate in radio in heavy rotation, oppure per fare da colonna sonora ad un film d’amore campione di incassi al box office, senza in realtà avere realmente un messaggio da veicolare. Sicuramente meno riuscito dei precedenti, Freedom Child è un prodotto ruffianamente e volutamente pop, inciso non per una particolare urgenza creativa, ma, molto più probabilmente, per provare a scalare le chart e vendere copie. E ciò ad un determinato target di utenza potrebbe comunque piacere.

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