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After Hours è il capitolo più riuscito della saga The Weeknd

In questi giorni di clausura forzata, per il bene di tutta l’umanità, capita in continuazione di fantasticare. Più del solito. Repentini cambiamenti d’umore, instabilità dei comportamenti e delle relazioni con gli altri riempiono le nostre giornate. In questo marasma di emozioni confuse, all’interno delle nostre quattro mura domestiche, si colloca alla perfezione After Hours, quarta fatica discografica di The Weeknd che arriva a quattro anni di distanza da Starboy. Nel mezzo ci sono stati svariati EP.

Fantasticare è una regola per gli artisti. E in questo le diverse dinamiche dell’invenzione artistica si confondono, anche se tutte coincidono con la possibilità del cambiare di continuo le carte in tavola, come succede nei sogni, come succede ai folli, come fanno i bambini. Qui The Weeknd viaggia eccome all’interno dei suoi tormenti, regalando al pubblico un disco molto più oscuro dal punto di vista sonoro rispetto al suo predecessore.

Come in Starboy, anche in After Hours è però evidente una forte influenza anni Ottanta. Sebbene per la maggior parte del tempo il disco abbandoni, e di molto, i toni “danzerecci” del progetto precedente. L’artista canadese si è tuffato in un suono vintage, riuscendo comunque a restare fresco senza appesantire un disco di quasi un’ora di musica priva di collaborazioni. Ogni traccia risulta quindi ben collegata. Non c’è niente fuori posto. Abel stesso è il fulcro dell’opera.

Liricamente, invece, è principalmente quello che ci si aspettava. La musica di Tesfaye è stata a lungo caratterizzata dagli alti e bassi tipici dell’edonismo. E questa precisa sensazione è presente sin dai primi minuti d’ascolto. È il rimorso per relazioni fallite, che non sembravano mai andare oltre la camera da letto, a farla da padrona. Nel primo brano, per esempio, viene affrontato un problema di abuso di sostanze e conseguente spavento per overdose. Una richiesta di aiuto da parte di Abel che in panico, chiede alla sua ragazza di ricordargli chi è e di tirarlo fuori dal suo problema.

I momenti allegri sono pochi; su tutti è da segnalare la vivace In Your Eyes, caratterizzata da un micidiale assolo di sax, che rievoca alcuni brani di Starboy. Blinding Lights, il singolo radiofonico che i più attenti avranno scovato all’interno di una pubblicità di auto, è la migliore evoluzione dell’Abel di Beauty Behind the Madness, mentre Heartless è uno dei pochi banger presenti. Infine Snowchild, ovvero il momento più intimo che abbiamo sentito eseguire da The Weeknd da anni a questa parte.

After Hours è, a mani basse, il capitolo più riuscito del The Weeknd degli ultimi tempi. Se Starboy lo mettevi durante la festa, After Hours è il perfetto accompagnamento sonoro per quando il party è finito. Dove tutti se ne sono andati e tu sei mezzo ubriaco pronto a mandare quel messaggio di cui poi ti pentirai il giorno dopo.

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