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30 Seconds To Mars Bologna 2018 foto concerto 17 marzo

Le contraddizioni dell’America di Jared Leto

Non si può dire che non sia un periodo piuttosto burrascoso per i Thirty Seconds To Mars. America, il quinto full-length dei Nostri, arriva a ben cinque anni di distanza da Love, Lust, Faith and Dreams, e segna lo iato del polistrumentista e terzo membro della band Tomo Miličević. Ma come canta lo stesso Jared Leto in Dawn Will Rise, “I must change or die” (devo cambiare oppure morire).

Thirty-Seconds-to-Mars-AMERICA-coverEcco spiegata una delle chiavi di lettura del nuovo album. Concepito idealmente come colonna sonora del documentario A Day in the Life of America (in uscita nei prossimi mesi), a cui lo stesso Leto ha lavorato, America vuole essere un concept album fortemente politicizzato e ovviamente anti-Trump, ma riesce solo a metà nell’intento di convincere gli ascoltatori che chi crede di poter camminare sulle acque (vedi il refrain del singolo Walk on Water) sia l’attuale Presidente degli Stati Uniti piuttosto che il cantante/attore stesso.

Per meglio comprendere quanto appena esposto, occorre fare un passo indietro e concentrarsi sulla musica. America conferma l’impressione che il precedente Love, Lust, Faith and Dreams fosse un disco di transizione, in cui lo sbiadirsi delle sonorità alt-rock delle prime produzioni dei Thirty Seconds To Mars sia del tutto funzionale al tuffo di testa nell’electro-pop, con conseguente e intenzionalmente marcato abuso di auto-tune. Cosa che in effetti oggi è avvenuta. Come se il definitivo (?) abbandono di Miličević fosse una scusa per accantonare per sempre le chitarre (eccezion fatta per l’acustica di Remedy) e tentare disperatamente non di precedere le mode, ma di seguirle provando a risultare giovani e cool (come se Leto avesse bisogno di dimostrare al mondo qualcosa in tal senso), ma al tempo stesso rilevanti e soprattutto, impegnati. È proprio questa la più grande contraddizione del disco.

L’idea del concept impegnato stride di molto con alcuni pezzi, soprattutto One Track Mind e Love Is Madness (sintomatico che rispettivamente i due brani accolgano ospitate di ASAP Rocky e Halsey, idoli dei giovani contemporanei), in cui la sensuale simil-trap non aggiunge nulla alla narrazione, se non mettere in luce l’innegabile sex appeal di Leto, a cui, è il caso di dirlo in questo frangente, piace vincere facile (a parte la discutibile strofa di One Track Mind, che conferma lo stridere tra impegno politico e spensieratezza pop accennato sopra “it’s only Thirty Seconds To Mars /Then it take you even less just to get to my heart” – ci vogliono solo 30 secondi per raggiungere Marte, ma tu ci hai messo molto meno a prenderti il mio cuore).

Contraddizioni che dopo due pezzi così leggeri, si fanno ancora più evidenti con l’arrivo di Great Wide Open, una canzone “motivazionale”, che seppure sia una delle più in linea con l’idea alla base di America, arriva nel posto sbagliato al momento sbagliato. Rispetto al passato, una costante sono i cori da stadio presenti pressoché in ogni brano, perfetti per comunicare con un audience che essendo globale, non necessariamente conosce l’inglese. Per non parlare del potere catchy di pezzi come la già citata Walk On Water oppure Dangerous Night, e della produzione a prova di bomba, grazie anche al contributo di pezzi da novanta come Zedd e Yellow Claw.

America potrebbe essere definito come il disco solista di Jared Leto: i riflettori sono puntati su di lui, la parte strumentale è diventata ormai sempre più ininfluente nell’economia dei Thirty Seconds To Mars. D’altronde, stiamo parlando di un attore, con tanto di fedele e ampia fanbase al seguito. Pazienza se, oramai, le canzoni non ci sono più.

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