Onstage
thom-yorke-anima-2019

Il processo di emancipazione di Thom Yorke dai Radiohead è compiuto

Con Anima il processo di emancipazione di Thom Yorke dai Radiohead è giunto a compimento. Spesso accade che i lavori singoli dei componenti di gruppi dalla storia gloriosa siano parti estrapolate da un tutto, ma che non riescano mai a liberarsi completamente da quel background.

Questo piace ai fan originari, confortati dai lidi conosciuti che trovano nei lavori solisti, ma spesso l’artista rimane schiacciato, svilito, adombrato. E’ una strada facile da un lato, ma torbida dall’altro. A Thom Yorke sono serviti 13 anni, processo kafkiano che inizia dal prematuro e acerbo The Eraser del 2006, passando per il buonissimo Tomorrow’s Modern Boxes e dalla colonna sonora cinematografica del film Suspiria diretto da Luca Guadagnino, remake del film di Dario Argento.

Giunti ora a questo nuovo capitolo, Anima, siamo totalmente immersi nel cervello del cantautore inglese. Nel bene e nel male. E’ come il film Essere John Malkovich di Charlie Kaufman, solo nella testa del cantante. Essere Thom Yorke, vedere il mondo come lo vede lui, con uno sguardo però rivolto verso l’interno delle sue allucinazioni, perversioni, paure e passioni. Ora, per sentire la musica di Anima basta chiudere gli occhi e aprire le orecchie. Per capire la musica di Anima serve Netflix.

Anima, il cortometraggio

Paul Thomas Anderson è uno dei cineasti più dotati della nostra era, e anche uno dei più premiati. La sua capacità visiva e comunicativa è delicata ma al tempo stesso potente, cruda, spietata. E’ un occhio perfetto per guardare e per rappresentare i temi onirici della musica di Thom Yorke, artista con il quale ha instaurato un rapporto duraturo e speciale. Dopo il video di Daydream dei Radiohead dal loro ultimo album A Moon Shaped Pool si avvicinano di un ulteriore passo al contenitore cinematografico, regalando ai fan un cortometraggio di 15 minuti disponibile in esclusiva sulla piattaforma Netflix. Denominato ‘One-Reeler’ Anima vive della durata di una sola bobina, come i vecchi film senza sonoro degli anni ’20. Da quei tempi i due artisti prendono come spunto Buster Keaton per dettare le movenze mute (ma sonore) di Thom.

Keaton era il divo indiscusso del cinema muto, caduto in disgrazia con l’avvento del sonoro, un attore che usava come metodo espressivo tanto i lineamenti facciali quanto le movenze del corpo, sfruttando una fisicità estrema con stunt impressionanti se contestualizzati all’industria filmica di inizio Novecento. Anderson dispone del corpo di Yorke come un burattinaio con una marionetta. Il cantante, con il suo famigliare sguardo asimmetrico, si muove ballando con coreografie mai banali e significative, a volte addirittura disturbanti. I suoi arti tarantolati si muovono ognuno con vita propria, disconnessi dal sistema centrale.

Tre fasi, tre canzoni provenienti dall’album (Not The News, Traffic, Dawn Chorus) che veicolano, coadiuvate da immagini evocative, i temi cari a Thom Yorke e centrali dell’album. Il sogno cosciente inizia con un primo piano di Thom che si addormenta all’interno del vagone della metropolitana. Al suo risveglio parte un flashmob allucinato coreografato magnificamente da Damien Gilet (già coreografo per Suspiria di Guadagnino). La sequenza è un viaggio per raggiungere una ragazza avvistata (con l’occhio buono) in fondo alla carrozza, l’attrice Dajana Roncione, compagna nella vita del cantante. Varie peripezie impediscono a Yorke di riportarle una borsa nera che la Cenerentola del nostro sogno dimentica a terra, e questi impedimenti visivi richiamano le paure espresse dai testi del disco. Un tornello non si apre e quasi lascia fuggire tra la folla la ragazza, suggerendo la mal celata sfiducia nei confronti della tecnologia che ci tiene separati invece che unirci.

La folla stessa rende l’avanzata di Thom una missione quasi irrealizzabile, segno che la società non è tra le cose preferite di questa modernità alienante, rappresentata da piani che si inclinano terribilmente, da venti che portano con se cartacce scagliate in faccia al nostro protagonista, ostacolato nel suo avanzare da questa tempesta di inutilità, notizie false, interpretazioni distorte che allontanano dalla realtà. Ma non preoccupatevi, perché il Nostro è ancora un artista intransigente e come tale atto a portare la sua verità al mondo senza compromessi e scorciatoie, ma oggi è anche un cinquantenne innamorato che aspira inevitabilmente ad un lieto fine. La ragazza viene alla fine raggiunta, in superficie, alle luci delicate di un tramonto per le strade di Praga. Mano nella mano, la peripezia è compiuta. Liberarsi dalle ansie e dalle forzature di una modernità accomodante ma nemica porta alla scoperta della felicità pura. L’amore.

Promozione, il disco

Pochi giorni prima dell’uscita di A Moon Shaped Pool tutte le pagine social dei Radiohead sono diventate bianche, come una tela da dipingere con quello che è uno dei migliori album della loro recente carriera. Per il suo lavoro solista Thom Yorke usa una tecnica di promozione ancora più brillante. In giro per le maggiori città del mondo, da New York a Parigi e anche qui a Milano si potevano trovare affissi dei cartelli sui quali campeggiava l’immagine di un uomo con una tuta spaziale che si libra nel vuoto. Una scritta annunciava che una società misteriosa, la Anima Technologies , poteva ritrovare i tuoi sogni smarriti. Bastava chiamare il numero in sovrimpressione.

Chiamando il numero, una voce registrata parlava di restrizioni e violazioni della legge d’autore, per poi mettere in attesa l’ascoltatore che poteva sentire la classica musichetta. In questo caso però, la musichetta d’attesa era la musica nuova di Thom Yorke. Le note si scopriranno essere poi appartenenti a Not The News, presente anche nel cortometraggio di Paul Thomas Anderson. Non ricordo precedenti simili a questo tipo di lancio, che ha creato molto scalpore e riempito le pagine dei giornali per alcuni giorni. Uscire poi con un cortometraggio dedicato su Netflix garantisce un’ulteriore copertura mediatica, e risponde anche all’esigenza di costruire un contesto autoreferenziale alla musica di Anima, senza dubbio elitaria, esclusiva. Appagante e di una bellezza quasi commovente in alcuni punti, ma certamente non adatta a qualsiasi contesto e palato.

Dawn Chorus è perfetta per il finale del cortometraggio, mentre i poveri fan dei primi Radiohead troveranno parziale conforto in Traffic e Twist, che continuano il percorso di Tomorrow’s Modern Boxes. Ma il senso artistico della musica del Thom solista è nella allucinata ripetitività di Runwayaway, una litania ossessiva che richiama a sé la mancanza di solarità, il buio dietro le cose, l’alienazione da qualsiasi cosa sia di conforto. Così The Axe, che conferma la volontà di avvolgere l’ascoltatore in un’atmosfera piena di echi contraddittori, di effetti doppler che allontanano la sicurezza dei punti fermi; un intento chiaro di far sentire scomodi, fuori posto, in un territorio sconosciuto. Lui sa che in uno stato di turbamento l’essere umano acuisce i sensi e assimila di più.

La continua esigenza di capire in che direzione Yorke ci sta portando, l’impegno a non perdersi, a godersi al massimo l’esperienza sforzandosi di capire l’incomprensibile, ci costringe ad assimilare ogni singolo suono come l’acqua da un panno umido dopo giorni di deserto arido. Attenzione però, i momenti di piacere puro e incondizionato non mancano. Parlo di Twist nella sua interezza, o di I Am a Very Rude Person, e Impossible Knots. Per il resto, sono impegni dovuti, se ami Thom Yorke. Se cerchi superficialità, facile appagamento, c’è tutto un mondo là fuori, fuori dalla sua testa.

Anima è, al di sopra delle canzoni che lo compongono, una sorta di armonia estrapolata dal rumore costante e continuo della banalità, della quotidianità. Alienarsi dall’alienazione diventa un modo per fuggire, un azzeramento dei fattori.

Dimenticate le strutture della canzone, le strutture delle idee e dei pensieri. Paul Thomas Anderson non è una celebrità che passava da lì per caso. Ci ha donato, con la complicità di Thom, una visuale di un’arte verso un’altra arte, una chiave di lettura del tutto.

Tenete a mente i movimenti di Thom nel cortometraggio e di tutte le comparse, ogni impercettibile cenno ha un suo ruolo nel disegno, nel suggerirci che il processo è un flusso continuo senza interruzioni. Un suono proveniente da una supernova, dallo spazio profondo. Il buio è lo sfondo ideale ai dipinti delle nostre emozioni.

Il messaggio è che noi siamo un insieme di elementi, ma anche la loro somma. Che la società è una cosa sola, ma anche un mosaico composto da miriadi di individualità. Thom Yorke è allo stato attuale un musicista più che necessario, oggi che non riusciamo a vedere al di là della superficie, che siamo confortati dal banale, che non troviamo pace se non nella spudorata spensieratezza tanto dal costruirla forzatamente, a tutti i costi, anche quando inopportuna. Non dobbiamo avere paura di non capire, di essere tristi, di essere inquieti. Soprattutto se da queste sensazioni nasce la bellezza e l’arte.

Voto Album:

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI