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Youth, Tinie Tempah si mette alla prova (e riesce benissimo nell’intento)

Si intitola Youth il terzo album in studio di Tinie Tempah. “Gioventù”, un titolo bizzarro se poi si ascolta l’intera tracklist, bagaglio di un progetto discografico che arriva quattro anni dopo Demonstration. Durante questo arco di tempo, tuttavia, il rapper inglese di origini nigeriane non è stato con le mani in mano, anzi ha iniziato a sfornare singoli ‘anticipatori’ a partire dal 2015, continuando poi a rilasciare ‘chicche’ del nuovo album per tutto il 2016.

Un titolo bizzarro, dicevamo, perché se c’è qualcosa che Youth dimostra è proprio il passo felpato con cui Tinie Tempah è uscito dal limbo della sfrontatezza della gioventù. L’album della maturità, potremmo dire, che arriva alla soglia dei 30 anni per il talentuosissimo Patrick Okogwu. L’impressione è, infatti, che in questo album Tinie Tempah abbia voluto mettere tutto se stesso, tutte le sue mille sfumature, i suoi mille bagagli, raccontando la propria vita senza filtri. Più che una riflessione autobiografica, Youth è tuttavia una messa a fuoco sull’artista, sulla strada che porta all’auto-affermazione di sé con l’elenco degli inevitabili compromessi a cui si è costretti a scendere: la conclusione di questo processo è proprio Youth, un album in cui il rapper si concede di fare ciò che gli pare, giocando con i generi e sfoggiando talvolta puri esercizi di stile. Riuscitissimi, perché Tinie Tempah ha, obiettivamente, talento da vendere.

Il primo pezzo – Youth, appunto – è un vero e proprio inno al suo ritorno, una dichiarazione d’intenti, uno ‘spiegone’ (“Ho cantato un sacco di rime annebbiate, ma lasciamo parlare i fatti quest’anno”): le canzoni che seguono questo prologo portano a termine l’obiettivo. Tra i temi portanti dell’album, spicca il continuo richiamo alla faida con l’ex amico Chip, il modo in cui il rapper si trova ad affrontare la fama (non sempre benvoluta), le conquiste arrivate a fatica e il background che ha fatto del rapper l’artista che è oggi. Non mancano però temi più ‘leggeri’, come l’amore e l’infatuazione che non sfigurano nell’album perché – per dar loro valore – Tinie ha chiamato a raccolta voci femminili oggi di tendenza, come Zara Larsson e Jess Glynne.

Che i puristi non storcano il naso: in questo album c’è spazio veramente per tutti, da Tinashe a Jake Bugg, passando per Alastair, Kid Ink e Stefflon Don. Per ogni featuring, Tinie Tempah si è messo alla prova condendo il proprio stile con influenze diverse: dal pop (prevalente in questo lavoro rispetto ai precedenti) all’R&B, con piccole spennellate di deep house e un po’ di afrobeat (in Mamacita). Merito di una produzione affidata prevalentemente a Nana Rogues, affiancata da Bless Beats, Jax Jones e Shift K3Y.

C’è tutto in Youth, come se Tinie Tempah avesse voluto dimostrare senza freni di cosa è capace, andando volutamente a immergere i piedi nella discografia più commerciale, per vedere se è in grado alla fine di competere con il mercato vero e proprio (e – mettetevi l’anima in pace, cari haters – lo è). Alla fine, però, Youth è soprattutto un omaggio a se stesso, al bambino nato nella periferia londinese che è riuscito a raggiungere i propri traguardi con la propria voce e le proprie rime. Se lo chiedete proprio a Patrick, vi darà una risposta curiosa: vi dirà che ogni singola canzone è una ‘dichiarazione’ e che l’intero album è una grande lettera d’amore alla sua città, Londra, senza la quale non sarebbe ciò che è diventato oggi. Il contesto, in fin dei conti, conta più delle parole nella formazione di sé, e non va mai dimenticato.

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