Onstage
prophets-of-rage-firenze-rocks-2017

La coerenza di Tom Morello

Se vent’anni fa vi avessero detto che un giorno Tom Morello avrebbe dato alle stampe un mixtape crossover tra rock, elettronica, edm, hip hop e pop contemporaneo non ci avreste mai creduto. Invece è successo.

In pochi, in queste ore, stanno accogliendo positivamente The Atlas Underground, primo disco solista a portare il nome del celebre e influentissimo chitarrista di Rage Against The Machine, Audioslave e Prophets Of Rage (e anche per qualche anno della E-Street Band di Bruce Springsteen). A maggior ragione lo sta facendo chi, nella stampa specializzata, ha più volte assegnato recentemente al Rock lo status di “morto” e identificato in act (validissimi, ma di tutt’altra natura, estrazione e destinazione) come Imagine Dragons e Twenty One Pilots i degni depositari dell’eredità dello spirito del RnR. Con queste basi non è un caso quindi che l’album di Morello non venga compreso e, anzi, venga svilito e liquidato rapidamente come relativamente interessante.

Tom-Morello-atlas-underground-2018

In un periodo in cui il Rock nelle chart di Spotify (eccezion fatta per l’ultimo Slash e qualche pezzo dei Greta Van Fleet) non ci finisce nemmeno per sbaglio, il nuovo album di Tom è assolutamente Rock. Assolutamente moderno. Assolutamente coerente con il percorso artistico di Morello. Pensateci un attimo: chi ha forgiato capolavori di crossover rock/rap nei Novanta, flirtato con hard & heavy nel Duemila, proposto sonorità acustiche e folk, stabilito nuovi modi di utilizzare sintetizzatori e distorsioni, avrebbe mai potuto evitare di entrare in contatto con i drop, i sound ultra-attuali, gli stili che vanno per la maggiore tra i giovani e infilare i suoi riff, i licks e i propri suoni in un matrimonio all’insegna del crossover contemporaneo?

In The Atlas Underground succede proprio questo. Non che si tratti di esperimenti innovativi o di qualcosa di raramente sentito in precedenza. Ma la voglia di Morello nell’assecondare il proprio istinto artistico e di essere rilevante in un campo dove, tranne rarissime eccezioni, di chitarre non ce ne è nemmeno lontana traccia, è indice di vitalità, curiosità, competitività e voglia di mettersi ancora in discussione.

La sensazione è che a Tom piacciano parecchio i pezzi di Bloody Beetroots e Pendulum, che sia debitamente lontano dalle sonorità trap ma che sia affascinato da edm e pop tamarro. La folle How Long (Steve Aoki in console e il singer dei Rise Against Tim McIlrath dietro al microfono) è l’esempio estremo di quanto appena esposto, anche se One Nation, l’opener Battle Sirens (non a caso con i Knife Party) e Where It’s at Ain’t What It Is fanno di tutto per ribadire il concetto.

Le solidissime e super classiche (per quanto possano essere classici pezzi Rock fusi con elettronica, rap e drop d’ordinanza) Lucky One (con K. Flay), Vigilante Nocturno, Rabbit’s Revenge e la clamorosa Roadrunner (dove i RATM sono più presenti che mai) sono pensate per chi cerca il vecchio mood che soverchi le strutture del 2018.

Per i singoli impegnati e potenziali spacca classifiche si può invece cercare sotto la voce Every Step That I Take (pubblicizzata anche tramite l’associazione SAVE, che cerca di prevenire gesti a cui non c’è rimedio), We Don’t Need You e Find Another Way (non vi inganni il riff iniziale, siamo sempre in zona ultra elettronica).

Il riassunto dell’album si trova infine nel finale con Lead Poisoning, dove due rapper leggendari (si parla del Wu-Tang Clan dopo tutto) incontrano la chitarra di Morello e la produzione di Herobust, in un ibrido in cui emerge nuovamente l’anima edm à la Bloody Beetroots soprattutto nella seconda parte.

Qualcuno all’estero ha già paragonato l’opera di Morello a Supernatural di Santana del 1999, quando il chitarrista tornò al centro del mondo del pop contemporaneo andando a collaborare con le superstar dell’epoca. Tom non va a cercare gloria da Drake o David Guetta, ma segue la propria strada, puntando come da tradizione su testi di denuncia, e tenendo allo stesso tempo ben presente il mondo degli ascoltatori attuali, provando a inserire la sua chitarra in varie modalità: il guitar hero sa benissimo che oggigiorno online si prova di tutto, senza scartare nulla a priori da una playlist.

The Atlas Underground offre punti di partenza differenti, soluzioni stilistiche forzate per chi ha qualche anno sulle spalle ma accattivanti, coraggiose e decisamente all’avanguardia per chi sa a malapena cosa siano i dischi. Non cambierà la vita a chi conosce già il rock o l’edm, ma rimarrà un tentativo brillante di esprimere la propria arte in un contesto moderno in cui i chitarristi sono considerati superflui.

Voto Album:

Commenti

Commenti

TROVA CONCERTI