Onstage
Tool-Fear-Inoculum-2019

I Tool vengono dal passato per sconvolgere il nostro presente

In questi ultimi anni la musica è un oceano piatto di grigio mercurio di un qualche pianeta immutabile in una galassia a noi lontana e indifferente. Ci avete fatto caso? Gli unici momenti in cui il tessuto sociale è scosso da movimenti tellurici provenienti dal mondo della musica è quando muore qualche eroe del passato. Dal punto di vista dell’arte in sé, del vero oggetto di piacere che sta nell’ascolto di nuovo materiale, nella sorpresa dell’innovazione, da tempo ormai niente è in grado di destarci da un sonno apatico e passivo, terreno fertile di brutture mercificate di ogni tipo.

Il ritorno dei Tool con Fear Inoculum è un’occasione unica per rivoluzionare il sistema di fruire musica, schiacciato dal nostro frenetico quotidiano. Non riusciamo più a concentrarci su un album nella sua interezza: se un artista ci deve comunicare qualcosa con la sua arte bene, basta che lo faccia in tre o massimo quattro minuti. Questa tendenza all’ascolto estemporaneo ha spinto all’adeguamento anche chi la musica la produce, in un circolo vizioso che appiattisce i contenuti e standardizza tutto quello che si può per rendere il prodotto il più fruttuoso possibile.

La rendita ha sempre una sola regola: l’abbattimento dei costi. Abbattimento di costi vuol dire meno investimenti, meno possibilità ai giovani gruppi di emergere e a quelli vecchi di sperimentare e scostarsi troppo da quelle poche e affidabili regole del gioco. Per dirla semplice, la conseguenza principale di questo male è un’offerta musicale incolore dove i singoli artisti non hanno personalità propria, unita ad un’assuefazione al consueto da parte degli ascoltatori e compratori di musica. La bulimia fruitiva in questa era dello streaming che ha soppiantato il mercato del supporto fisico ci ha privato di molte priorità del galateo dell’ascolto musicale. Non siamo più disposti a perdere tempo per capire dove un gruppo vuole portarci, cosa vuole dire e come. Non siamo più disposti a perdere tempo, punto. I minutaggi si riducono drasticamente e le canzoni devono suonare confortanti, senza spigoli o sfide da affrontare, senza impegno e disagi dietro l’angolo. Devono essere quasi al limite del deja vù, come un viso comune che subito dimentichi.

Il sistema trema dal momento in cui Fear Inoculum, primo singolo dell’album omonimo dei Tool, irrompe nel catalogo streaming. Dieci minuti e ventuno secondi, che segnano immediatamente un primato. Mai una canzone così lunga era entrata nella classifica Billboard americana nei primi 100 posti. Lei sì, con quattro milioni di ascolti in pochi giorni solo contando la piattaforma Spotify. Inoltre Aenema è rientrato in classifica dal lontano 1996 dopo che la musica della band ha approcciato il catalogo digitale. Facile pensare ad un successo simile per le vendite e per gli ascolti streaming dell’album Fear Inoculum. Un successo incredibile in questa era dell’ascolto usa e getta, per un modo di fare musica che proviene da un’era digitale. La distanza di 13 anni dall’ultimo lavoro di studio, per una band che sottotraccia è sempre stata attiva, è un’occasione unica per unire due mondi così separati. Come una specie di Terminator al contrario, i Tool vengono dal passato per sconvolgere il nostro presente.

È questa la sensazione che per prima ha dominato il mio ascolto di Fear Inoculum: la chiara consapevolezza della band di dover lavorare sull’involuzione culturale del grande pubblico. Perché è il grande pubblico il target a cui si rivolgono, inutile raccontarsela e dirsi che sono un gruppo di nicchia, difficile, ostico. Certo la loro caratteristica principale è questa, ma l’accesso alla loro musica oggi non ha più ostacoli. È lì, alla mercè dell’ascolto occasionale, incidentale, voyeuristico. Basta guardare il simbolino dell’ascolto shuffle di fianco al titolo di un album dei Tool per sentire dei brividi di orrore.

Si è visto con le reazioni all’uscita del singolo: un baccano di commenti tra i più disparati, dal più competente al mero intervento privo di senso solo per partecipare ad uno dei pochi eventi musicali rilevanti di questa generazione. I Tool hanno il potere di prendere di forza l’ascoltatore e cambiare le sue abitudini. Possono grazie ad un lavoro geniale e decennale di comunicazione di sé improntato sulla privazione e sul dosaggio centellinato. Il loro atteggiamento in funzione dell’uscita del nuovo lavoro è questo: se vuoi ascoltarci, se vuoi godere al massimo dell’esperienza musicale che noi offriamo, devi abbandonarti completamente a noi. Devi sottostare alle nostre regole, ai nostri tempi. Provare quello che noi proviamo, sentire quello che noi sentiamo e vedere quello che noi vediamo. In maniera figurata e addirittura in maniera fisica se acquistate la versione deluxe dotata di un mini schermo incastonato nel booklet. Benvenuti o voi, fan vecchi e nuovi, nel mondo dei Tool. Benvenuti in Fear Inoculum.

IL DISCO

Dopo una premessa necessaria, eccoci al succo della questione. Fear Inoculum dura ottanta minuti e presenta una tracklist di sette canzoni. Il numero sette è il fulcro cabalistico intorno a cui si regge l’equilibrio perfetto dell’album. Equilibrio di temi, di tempi, di dosaggio degli elementi. Tre pezzi extra nella versione deluxe che però non sono fine a sé stessi e non sono scarti aggiunti in un secondo momento come plus. Sono intermezzi che si posizionano all’interno della tracklist in modo da ampliare l’esperienza dell’ascolto, e già qui è un’accortezza ben diversa dalla tendenza generale delle produzioni contemporanee.

Solo a seguito dell’ascolto dell’album nella sua interezza appare chiara la scelta della title track come singolo di lancio, uscita il 7 agosto (neanche a dirlo, il sette già si presenta in fase iniziale) con l’ingrato compito di iniziare a forzare le ritrosie di una platea allargata, dal giudizio superficiale e precoce. Una massa da indottrinare. Così Fear Inoculum, la canzone, con i suoi dieci minuti e oltre ti prepara a immergerti nella cadenza musicale del concept e a non avere aspettative di nessun genere. Né aspettative legate al contesto Tool né a quelle oggettive generate da un contesto ambientale, di genere metal, progressive metal o qualsivoglia.

Soprattutto aspettative legate ad un modo standardizzato di creare musica, un sistema che ci circonda e totalizza l’offerta. Il primo pezzo dell’album ti coinvolge dopo molti ascolti, ti permette di scrollarti di dosso anni di ruggine. Tiepido il riscontro dei fan di sempre della band, sbeffeggi dalla miriade di altri ascoltatori attirati dall’evento. Ma chi conosce i Tool sa che la loro musica ha bisogno del suo tempo, ha più strati di esperienze che si svelano solo dopo il tempo dovuto, immuni da forzature. Tutto l’album mantiene un equilibrio che ha del sovrannaturale tra complessità dell’esercizio tecnico e immediatezza del piacere puro.

All’arrivo di Pneuma, seconda traccia, la consapevolezza del fan dei Tool di sentirsi a casa irrompe con la potenza di un mare impetuoso, pur con la sensazione sempre presente di un cambio rivoluzionario nell’approccio. Con le note che seguono il già conosciuto pezzo di lancio arriva la certezza di non aver aspettato invano tutti questi anni. La seconda traccia è in grado di convincere anche gli scettici.

Le successive due, Invincible e The Descending ci erano già state presentate live, e chi era presente al Firenze Rocks lo scorso giugno ha avuto modo di godersele in tutto il loro corposo minutaggio che se unite supera da solo i venti minuti abbondanti. Potete credermi, ascoltate il finale di Invincible in cuffia e decollerete dal piacere. Unita alle linee vocali di Maynard, dosate perfettamente per non essere invasive, senza le ben note sfuriate di rabbia giovanile che caratterizzavano gli album precedenti e soprattutto in Undertow, accorrono a sostegno tutte le caratteristiche del marchio della band. Lunghe escursioni strumentali mai banali, rette da una tecnica astronomica e dallo stile unico della chitarra di Adam Jones, dal drumming annichilente di Danny Carey, dal basso funambolico di Justin Chancelor, che nel finale esplodono in un doom metal da lasciare a bocca spalancata.

Molti imputano al cantante i ritardi e la lunga attesa, ed erano prontissimi ad attestare una sua scarsa partecipazione e impegno nella causa. Tutto questo è sconfessato dal lavoro sulle sinuose melodie, anch’esse così curate e complesse ma al tempo stesso di immediata presa, tanto che sia in Pneuma che in Invincible riesci già a seguirle da vicino e sentirle tue al primo ascolto, godendone della oggettiva bellezza sin da subito. Quando poi Maynard si prende quasi completamente la ribalta in Culling Voices la riappacificazione con i propri fan è completa. La prova che la musica dei Tool è estremamente tecnica ma senza indugiare nell’autoadulazione, nei tecnicismi fini a se stessi, ma sempre improntata ad una produzione coscienziosa di canzoni altissime e coerenti con la propria arte espressiva, è dimostrata dall’unica traccia con una durata ‘normale’, Chocolate Chip Trip, che nei suoi 4 minuti e 48 secondi di tripudio strumentale dimostra cosa sono capaci di fare Adam Jones con la sua chitarra, Danny Carey alle pelli e soprattutto Justin Chancellor con il suo basso e la sua pedaliera piena zeppa di una miriade di misteriosi effetti. Sembra un pezzo elettronico ed è la vera sorpresa musicale del disco.

Alla fine arriva 7empest, un mastodonte di 15 minuti e 45 secondi che regalerà ai fan dei Tool anni a venire di adorazione quasi religiosa. Qui Maynard, dopo aver cullato con le sue melodia pulite, chirurgiche e sinuose, diventa improvvisamente aggressivo, facendo decisive e memorabili comparse in un edificio di prog metal che cambia e si evolve, regalando una vera esperienza orgiastica di suoni e atmosfere. La batteria di Carey si conferma un orizzonte inarrivabile per ogni cultore dello strumento. Potente fino a stordire, preciso come un laser, veloce, eclettico. In Fear Inoculum ci sono i classici momenti in cui i tre strumenti fanno tre cose diverse con tre tempi diversi, e Adam Jones tratteggia in queste strutture apparentemente impossibili dei riff e degli arpeggi che faranno ancora una volta scuola.

Fear Inoculum riesce nell’obiettivo di essere appagante già dal primo ascolto, calibrato alla perfezione nelle sue sette tracce che ti disconnettono dal mondo e lo sostituiscono con un altro totalmente diverso, con le sue regole e le sue tempistiche. Al tempo stesso è chiara la sensazione di avere del materiale a lunghissima scadenza, che regalerà emozioni e sorprese sempre nuove.

Le tematiche dei testi sono come sempre dirette e taglienti, abrasive nello smascherare e biasimare le mancanze della società. Le sue perversioni, ipocrisie. I suoi errori. Forse a questo punto la globalizzazione del mercato ha raggiunto anche la mercificazione delle idee e delle emozioni, persino quelle più primordiali, come la paura. Forse le nostre paure non sono veramente nostre, ma ci sono state inoculate. Indirizzate a convenienza.

Come i parametri con cui giudichiamo gli altri, noi stessi. Forse dobbiamo resettare le nostre sicurezze e rallentare per prenderci il tempo necessario per ascoltare veramente, per vedere le cose nella loro scomoda sostanza. Scollegarsi dal grande sistema, come già cantava Maynard in Eat The Elephant dei Perfect Circle (2017) nella bellissima Disillusioned. Album da riprendere e che ha una continuità se non musicale almeno tematica e di atmosfere con Fear Inoculum, e che forse non a caso è uscito con così breve distacco.

La mia machiavellica sensazione è proprio questa, che i Tool non siano degli spietati cecchini solo nel suonare e scrivere musica, ma anche nel creare il mito di se stessi e nel muoversi all’interno di un momento musicale che solo in apparenza è a loro alieno. Come succedeva nei primi anni Duemila, Maynard è di nuovo lassù a dettar legge. Non vediamo l’ora di ascoltare Fear Inoculum dal vivo, magari nella situazione più congeniale di un palazzetto.

I fan dei Tool sono finalmente arrivati al giorno del giudizio, dopo una lunghissima attesa. Chissà se l’approdo online del catalogo e della loro musica creerà una nuova generazione di ascoltatori che verrà influenzata, indottrinata, ispirata a suonare al meglio delle capacità umane. A riscoprire il piacere della musica come involucro materno che ci separa e ci protegge dal mondo esterno, senza esserne schiava. Una nuova generazione di musicisti, di ascoltatori, di amanti del suono. La band di Maynard, Jones, Carey e Chancelor ha le spalle abbastanza larghe per sopportare questa responsabilità.

Voto Album:

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