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A Dying Machine è un altro sigillo importante per Mark Tremonti

A Dying Machine è il quarto album di studio dei Tremonti il gruppo costruito intorno alla figura di Mark Tremonti, chitarrista e, da qualche anno, anche cantante.

Mark è sempre stato un passo dietro al frontman di turno: prima Scott Stapp, negli anni acerbi dell’alternative christian rock dei Creed, ora di Myles Kennedy negli Alter Bridge. Tuttavia, entrambi non sono mai riusciti a coprire del tutto la presenza fisica (e soprattutto carismatica) del virtuoso chitarrista che, nel 2012, ha deciso finalmente di rompere gli indugi e fare un passo avanti. Nascono così i Tremonti, un gruppo dove Mark può liberare tutto il suo amore per il metal classico, per la melodia e per i suoi assoli incendiari. All I Was è l’album dell’esplosione tanto agognata di una indipendenza artistica da ogni pretesa di etichette o aspettative dei fan.

Ora Tremonti fa veramente quello che vuole. Il balzo dalla sua penna al microfono e all’amplificatore è ora diretto. Nell’album di esordio è palese questa immediatezza e questa foga realizzativa, tanto che ancora adesso lo ritengo il suo lavoro migliore, più spontaneo ma al tempo stesso calibrato. Nei dischi successivi Tremonti ha sempre cercato di incrementare progressivamente. Fedele ai suoi schemi e alle sue passioni, senza quindi virate di genere o di toni, l’unica via percorribile per differenziare l’offerta della sua musica è stata aumentarne il carico. Più riff, più canzoni, più melodie, più potenza, più assoli.

Così Cauterize e il successivo Dust sono entrambi saturi di tutti gli ingredienti tipici del sound dei Tremonti, ma palesano una tendenza alla sovra-produzione. Sembra che Mark abbia avuto l’esigenza di trasformare in canzone ogni buona idea che gli passava per la testa. Se nessun pezzo scende mai sotto la sufficienza grazie anche alla maestria degli altri musicisti (Eric Friedman a chitarra e doppie voci, e l’animalesco Garrett Whitlock alla batteria), è anche vero che con le buonissime idee sparse nei due album si poteva fare un album solo di qualità enorme.

Tremonti-a-dying-machine-coverEd è così che anche in Dying Machine una delle migliori peculiarità di Mark tremonti, quella di non risparmiarsi mai e di sfoderare senza riserve la sua enorme passione, diventa difetto. Le canzoni belle ci sono, come ci sono le melodie. C’è passione e tecnica, nessun momento è sotto la sufficienza. Il problema è nella sua totalità, nella scorrevolezza di ascolto, quella cosa che dà longevità ad un album. E in questo cd ci sono ben quattordici pezzi…

Le canzoni migliori sono quelle dove è più evidente il marchio di fabbrica di Tremonti, un metal melodico veloce e potente, dove la batteria di Whitlock è un martello che detta i ritmi e la voce calda di Mark non si perde in velleità che non gli appartengono. Qui tutto funziona a meraviglia. Bringer Of War è calibrata alla perfezione, corre come un treno e passa con naturalezza dai versi e il riff thrash, alla melodia che non lascia prigionieri del ritornello. Questo è il Tremonti al quale non si può resistere. Perfette sono anche Make It Hurt e A Lot Like Sin, gli episodi più violenti e dove più si sentono i trascorsi di Creed e Alter Bridge. I’ll Take You With Me invece è un mix perfetto di alternative metal e melodia lanciata a tutta velocità.

Discorso ballate. Decisamente troppe. Molto bella Trust e convince anche la dolce The First The Last, ma nell’economia di un album, come dicevo, diventano faticosamente digeribili pezzi come As The Silence Becomes Me e Desolation.

La title track è il pezzo più pretenzioso dell’album e irrompe con i suoi oltre sei minuti già alla terza traccia. Insomma, una dispersione e un ritmo dilatato che sacrifica la fruizione di un album che avrebbe potuto giovarsi di scorrevolezza più fluida, come l’aveva All I Was. Scorrevolezza non fa certo rima con semplicità o poco spessore musicale. Significa imbrigliare le immense capacità e generosità di un’artista che non si risparmia in nessuna sua forma musicale. Farle diventare un prodotto incendiario, senza pause e cali di tensione. Se avessimo oggi due album di Tremonti invece di quattro, probabilmente staremmo parlando di due pietre miliari del genere metal alternative.

Nel complesso A Dying Machine è un altro buon lavoro, sia chiaro. Mark aumenta il carico, aumenta il numero delle canzoni, aumenta le ballate, aumenta le soluzioni melodiche. Implementazioni ulteriori in un cammino verticale cominciato nel 2012 ma che non può francamente andare oltre. A questo punto Tremonti deve inventarsi qualcosa, come dovranno farlo gli Alter Bridge. Il rischio è di ripetersi, e chissà se la strana ultima traccia strumentale, Found, non sia un’apertura a qualche futura contaminazione.

Voto Album:

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