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Songs Of Experience è un’insospettabile occasione sprecata

Se con il precedente Songs Of Innocence gli U2 avevano fatto il possibile per far sapere a tutto il mondo del nuovo album, per Songs Of Experience hanno deciso di seguire un’altra strada. Un avvicinamento standard, qualche brano in anteprima, un video su Facebook e una performance agli ultimi EMA. La differenza di approccio non deve però far pensare che Bono e compagni abbiano lasciato qualcosa al caso o scelto di semplificare troppo le cose. Tutt’altro.

Se da un lato è abbastanza innegabile che dal post Pop (anno di grazia 1997) la band abbia sostanzialmente esaurito la propria vena creativa, dall’altro è altrettanto impossibile non notare come gli U2 stiano provando da almeno un decennio ad avvicinarsi il più possibile a sonorità moderne e attuali, cercando di rimanere rilevanti (qui loro stessi parlavano di questa irrinunciabile necessità) per continuare ad avere un senso nel mercato contemporaneo.

La scelta di produttori come Jacknife Lee e Ryan Tedder, il lancio di You’re the Best Thing About Me come primo singolo e una tendenza a seguire soluzioni inaspettate (sentite l’auto-tune dell’iniziale Love Is All We Have Left) sono mosse calibrate al millimetro. Quel che forse non era così tanto calibrato era l’urgenza espressiva di Bono. Il frontman nel qui presente Songs Of Experience torna a essere, per lo meno a livello di testi, ispiratissimo. E non si parla solo di emergenze umanitarie e del binomio Trump/Brexit. D’accordo, anche di questo, ma soprattutto di argomenti personalissimi, quelli che riguardano la sfera privata di un uomo di mezza età, consapevole di quanto le cose in generale non stiano andando per il verso giusto. Un padre di famiglia, un marito che prova comunque a credere in un domani migliore, una speranza che ripone nei figli (non a caso in copertina ci sono suo figlio Elijah e Sian, figlia di The Edge) e che riflette su quanto succede intorno a lui. All’apparenza tutto dovrebbe essere perfetto: produttori top, scelte contemporanee, testi a fuoco e decisamente di livello.

Tuttavia, escludendo The Blackout e American Soul (con Kendrick Lamar in apertura), forse unici veri episodi dove la necessità espressiva di cui sopra trova compimento, le strutture musicali non combaciano con l’atmosfera terribilmente cupa che Bono dipinge con le proprie parole. Sono necessari ripetuti ascolti per scendere nella profondità in cui sono stati scavati i testi delle canzoni: il pessimismo di fondo di The Little Things That Give You Away (Sometimes I wake at four in the morning / Where all the darkness is swarming / And it covers me in fear / The end is here), la necessità di trovare una soluzione in Red Flag Day (Baby it’s a red flag day /but baby let’s get in the water), i dubbi sulla propria fede in Lights of Home (Oh Jesus if you’re still my friend / What the hell you done for me?) e la solitudine in The Showman (Singers cry about everything / you make it true when you sing along). I testi sono stati concepiti dal leader degli U2 come fossero una serie di lettere spedite ai propri affetti, qualcosa che potrebbe essere scritta da qualcuno che debba necessariamente confrontarsi con una fine prossima e inevitabile.

La carica espressiva di diversi brani (come per esempio The Showman e Love Is Bigger Than Anything in Its Way) viene disinnescata dagli arrangiamenti e da scelte esecutive troppo legate a un immaginario lontanissimo dalle coordinate classiche degli U2. Una produzione super levigata, asciutta, perfetta dal punto di vista del piacere d’ascolto ma che evidenzia la quasi totale assenza della chitarra di The Edge (anche quando i riff ci sono, come in Red Flag Day o Get Out of Your Own Way) e danneggia irrimediabilmente una manciata di brani che avrebbero potuto essere veramente di altro spessore. Gli U2 hanno più di 40 anni di carriera alle spalle. Sono maturi, riflessivi, pacati. Sarebbe folle aspettarsi un impatto frontale (anche se The Blackout un po’ ci aveva illuso), chitarre e ritmi incalzanti. Ma lascia dei forti dubbi sentirli alle prese con suoni che starebbero meglio in un album di Black Keys, Imagine Dragons, o ancora con rimandi agli anni cinquanta (The Showman) e a un soft rock di matrice Fleetwood Mac.

Per un ascolto rilassato, consapevole e impegnato, Songs Of Experience può tranquillamente inserirsi nelle vostre playlist invernali, a patto che non si pensi di aver a che fare con una band che gli standard li ha sempre stabiliti e quasi mai, come in questo caso, inseguiti in fase di composizione e produzione. Se invece si va oltre due o tre pezzi ben costruiti e molti riempitivi mal calibrati in fase di arrangiamento, rimane parecchio amaro in bocca per un’insospettabile occasione sprecata da una storica band che da anni oramai non ha più nulla da dimostrare.

Credit Foto: Anton Corbijn

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