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La strada per la rinascita artistica di Billy Corgan è cominciata

È credenza comune che l’atto di tagliarsi i capelli, di cambiare look insomma, porti con sé la consapevolezza di trovarsi se non di fronte ad un bivio, quanto meno ad una svolta decisiva della propria esistenza. Non potendo optare per un taglio netto di chioma, per ovvi motivi, il buon Billy Corgan decide quindi di ripresentarsi al proprio pubblico (semmai esistesse ancora un suo pubblico) con il proprio nome di battesimo, ma soprattutto con un album scarno e sincero, prodotto da Rick Rubin, uno che di rinascite artistiche se ne intende.

billy-corgan-ogilalaNon è dato sapere se, come fece con un Johnny Cash ormai vecchio e dimenticato da Dio, Rubin abbia chiamato Corgan dicendogli che gli avrebbe prodotto l’album migliore della carriera e di certo siamo lontani anni luce dal songwriting che ne decretò il mito. Tuttavia Ogilala emoziona. E non poco. Sarà che, pur avendolo abbandonato da tempo, ognuno di noi continua a sperare che la fiamma non si sia completamente esaurita, ma quella voce, quell’autocommiserazione spesso puerile ma mai artefatta, riesce sempre a toccarci.

La scelta poi di ridurre tutto all’osso, impostando la quasi totalità dei brani su piano e voce, risulta tanto straniante quanto vincente e in questo è possibile che ci sia proprio lo zampino del produttore più influente degli ultimi trent’anni. A prescindere da quali siano le ragioni di un ritorno di questo tipo, i fatti dicono che a questi livelli l’ex Smashing Pumpkins non si presentasse da millenni e, sebbene non tutti i brani del disco funzionino alla perfezione, è davvero rincuorante sapere di averlo ancora tra noi.

L’unica cosa da fare è mettersi all’ascolto scevri da pregiudizi, anche se è oggettivamente difficile dopo la serie di passi falsi del passato recente. Il fatto è che glielo dobbiamo, perché Billy resta una delle figure più significative della sua generazione, oltre che uno dei pochi superstiti di un’epoca che continua a perdere protagonisti, schiacciati senza pietà dal peso dei propri demoni. E di demoni, Corgan, è sempre stato circondato.

La vera pecca del disco, semmai, è una certa staticità complessiva, dovuta principalmente all’utilizzo costante del piano, che tende a rendere omogeneo ma allo stesso tempo un po’ monocorde l’intero lavoro. Poco male, perché alcuni brani (in particolare Zowie, ad oggi uno degli omaggi più sentiti al Duca Bianco) estrapolati dal contesto funzionano a meraviglia e sono capaci di lavorarti dentro come ai vecchi tempi. Onestamente, sono tra quelli che non vorrebbero più rivedere Billy riesumare il moniker Smashing Pumpkins con una serie di sconosciuti remissivi, quindi ben vengano altri dieci album come questo.

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