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Cosa ci ha insegnato la strage del Bataclan secondo Cesare Cremonini

Domenica 13 novembre 2016 ricorre il primo anniversario degli attacchi che hanno sconvolto Parigi. Tra i bersagli dei terroristi, il Bataclan, storico locale in cui quella sera si stava svolgendo il concerto degli Eagles Of Death Metal. A centinaia di chilometri, in quegli stessi momenti, Cesare Cremonini era sul palco del Forum di Milano per una delle tappe del suo tour. Ecco il suo ricordo di quella sera, che è anche un omaggio alle vittime di quegli attimi di follia e al loro sacrificio, che non può essere vano.

13 novembre 2015. Non una giornata qualunque. Mi trovo a Milano, in uno spazioso camerino di un palasport, alle prese con i ricorrenti e ossessivi rituali pre-show. Un lungo incontro con i giornalisti, la visita dei più cari amici arrivati in anticipo per salutarmi, l’ultimo sguardo da innamorato alle luci del palco prima di due concerti molto attesi e sentiti.
Ogni gesto inizia e finisce con delicatezza in quegli istanti. Ogni parola di ogni discorso viene pronunciata con maggiore pacatezza, per non correre il rischio di risvegliare cattivi pensieri tenuti lontani. La quiete è importante se si vuole una vera tempesta. Regna una euforica allegria mischiata alla tensione tra tutti noi. Anche i ragazzi del catering, forse le persone meno coinvolte direttamente con lo spettacolo ma non per questo meno fondamentali, sembrano più concentrati e rispettosi di una gioia che deve incanalarsi tutta, senza risparmi, sul palco.

Alle 21 precise, battendo le mani come sono solito fare per scacciare i demoni ancora presenti nei paraggi, prima di lasciarmi andare del tutto, esco dalla mia tana e muovo i primi passi nel lungo corridoio che porta noi musicisti nel parterre. Io mi imbuco letteralmente sotto il grande “stage B”, una piattaforma illuminata che si estende fino al centro del palasport. Ho alle orecchie le cuffie che, ancora spente, mi isolano da ogni suono circostante. Nella mano destra il microfono.
Tutto comincia davvero quando intravedo le facce e gli occhi spalancati delle prime file. Si spengono le luci. Accendo gli ear monitor. Un forte, assordante boato del pubblico mi accoglie e mi invade di serotonina il cervello, probabilmente in contemporanea con il suono assordante degli spari e della grida terrorizzate dei ragazzi e delle ragazze di Parigi.

Comincia e finisce così il primo dei miei due concerti al Forum di Assago, in quel tredici novembre di un anno fa.
Due ore e mezza di buio totale, scavate e sepolte nella memoria. Immagini e sensazioni completamente cancellate, annullate, dimenticate, cestinate, azzerate.
Milano non è una città come le altre, per me che vengo orgogliosamente dalla “provincia dell’impero”. È lei a mio giudizio il braccio italiano, forse l’unico, che si tende più di ogni altro verso l’Europa e verso il mondo, rappresentando un punto di arrivo e di ripartenza costante per chiunque voglia guardare oltre e lontano. Milano era bella quel giorno. Mi era sembrata più curata del solito. Più accogliente rispetto a alla prima volta in cui la vidi, vent’anni prima. Di quel giorno. Ricordo solo questo, nitidamente. L’auto che mi accompagna al Forum, le foto di rito davanti ai cancelli, la fila dei fan fuori dall’entrata.
Il sound check. Il primo passo sul palco. Di tutto il resto ho perso traccia.

Le sensazioni per cui ho sudato si sono smaterializzate poco dopo la fine dello spettacolo, appena rientrato in camerino, fradicio da strizzare come un panno di sudore adrenalinico, e ho guardato i volti di tutti i miei collaboratori, che erano in fila ad aspettarmi, con l’espressione del viso severa e contratta. Erano preoccupati. Mi parevano dispiaciuti perché quello che chiamano giocosamente “l’artista”, a loro modo di vedere, deve essere sempre risparmiato dall’amarezza, restando immune dai mali del mondo per poter regalare solo allegria e spensieratezza, allontanando i problemi di tutti. Ero restato l’unico a non sapere ancora.
Il mio manager mi ha comunicato con un filo di voce dell’attentato di Parigi e del numero dei morti che continuava a salire. Dell’età delle vittime. Del contesto in cui si era verificata la tragedia. Del fatto che si trattava anche in quel caso di un concerto, di un palco, di un artista, di un pubblico. Del terrore che aveva colpito l’innocenza della musica nel suo potere aggregante e quindi nel suo spirito. Che avevano colpito anche noi colpendo la cosa più preziosa: il pubblico più giovane.

Ho ripreso il telefono in mano, prima ancora che mi si rallentasse il cuore, e faticavo a riprendere fiato. Il resto è stata una lunga notte di fronte alla TV, sui notiziari. Di quel concerto mi rimangono un centinaio di foto che però somigliano per intensità e movenze a quelle di tutti gli altri miei concerti. Mi sono chiesto come avrei potuto salire sulla stessa giostra il giorno dopo, per rifare la stessa cosa.
Di fronte all’inaccettabile crudeltà di cui sono capaci le bestie, cosa rimane degli esseri umani? Messi all’angolo e presi alle spalle dal terrore di una strage che ha colpito volontariamente un concerto di innocenti, giovani, ragazzi e ragazze come te, o come me, come il tuo amico o la tua amica con cui stavi godendoti un spettacolo atteso, come tua madre, tuo padre, o tuo fratello, che cosa rimane del vizio irresistibile di sognare? Del nostro sforzo di gioire con la musica? Abbiamo fatto mai davvero i conti con la paura, noi romantici? Noi idealisti? Tocchiamo mai terra? Non scrivo “noi” per niente. Intendo noi che con assoluta certezza ci sentiamo più umani degli assassini, più normali degli psicopatici, rifiutando presuntuosamente di appartenere tutti alla stessa specie. Cosa chiediamo allo spettacolo della vita dopo una carneficina tanto insensata?

Le immagini di sangue che il giorno dopo, fin dalla notte stessa di quel 13 novembre che ha sconvolto l’Europa, allontanando di un altro metro il confine che ognuno di noi porta dentro e che separa il sentimento dalla ragione, impazzavano ancora in Rete.
Al di là delle ego-preghiere espresse sui social network e delle ridicole polemiche sul cosa è meglio o giusto dire o non dire per non sentirsi esclusi dal rito del dolore comune. Al di là di ciò che non tornerà mai più, delle vite spezzate e della fortuna di essere ancora qua, una domanda mi gira ancora in testa, a un anno da quella ferita: a cosa è servito, quindi, se non è un paradosso chiederselo, quel sacrificio?

Lo sputare rabbia, la prima comprensibile reazione, come un cane che fiuta il pericolo e digrigna di denti, sentendo ogni ombra come un nemico, è solo un riflesso delle nostre esistenze già abbastanza complicate e offese dalle disattenzioni di chi dovrebbe avere la nostra sicurezza come primo obiettivo della vita, non solo del proprio mestiere. Ma poi cosa possiamo raccontarci quando finiscono i lamenti e le promesse, i #prayfor, gli ashtag, gli articoli, i titoli dei giornali e degli approfondimenti? Finito di stringerci ai nostri cari, dopo aver scosso la testa e pensato che forse a Natale un viaggio a Parigi non lo faremo più per qualche tempo, dove è giusto rivolgere lo sguardo? Dopo aver discusso con gli webeti di turno sul fatto che si sarebbe dovuto annullare ogni evento, ogni concerto e ogni impegno in programma in segno di lutto e di rispetto per le vittime, cosa può insegnarci la strage del Bataclan?

A me ha fatto comprendere in modo profondo quanto la musica e il suo potere aggregante sia tra i manifesti più rappresentativi della libertà che ci è stata data in mano, grazie al sacrificio di quei ragazzi o dei tanti morti in passato perché noi potessimo usufruirne. E questa libertà si realizza davvero nei momenti di condivisione più pura, come quello di assistere a un concerto, di condividere una cena, un viaggio, un tragitto su un treno scambiando parole con degli sconosciuti, una notte di festa in strada, respirando i profumi della nostra terra e delle nostre tradizioni. Accontentare una ragazza che ti piace portandola in giro per locali e strade, solo per farsi piacere. Gettare monete in una fontana esprimendo desideri tenuti segreti. Sperare. Tutto quanto si rivolge al grande argomento della speranza. Tornano alla mente prima uno, poi dieci poi cento ricordi. Le promesse fatte a chiunque, per primo a Dio, che un giorno avresti fatto quello che hai sempre voluto. Cantare. Scrivere. Suonare. Creare grandi, grandi, grandi, eventi musicali.
Allora si fa chiaro più che mai che un concerto, due ore di concerto, sono l’esatto contrario, l’antitesi suprema al terrore, oltre che la migliore risposta. Diventa necessario gridarla sfacciatamente, senza alcuna vergogna o autolimitazione. Senza pudore.

Il piacere della felicità è oggi la migliore forma di ribellione. E le stragi compiute dai terrorristi che da molto tempo ormai ci chiedono di abbassare la testa e mettere in discussione la provenienza stessa della nostra gioia, quasi a dire che non possa essere un nostro diritto, che non serva lottare per goderne, devono rafforzare l’idea che abbia senso riunirci, ancora, di nuovo, e questa volta non permettere a nessuno di cancellare dalla memoria ciò per cui abbiamo lottato e sperato.

Il terrore e la confusione salirono con me, sullo stesso palco, la sera seguente. Nel pubblico si notava la paura di lasciarsi andare, una sorta di attesa, quasi volessero chiedere a me di fare il primo passo. E lo feci.
Tornassi indietro, oggi, non avrei più nulla da dimenticare. Non avrei più paura di ricordare la mia felicità.

Redazione

Foto di Roberto Panucci - testo di Cesare Cremonini

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