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Blink-182 nuova formazione

Come sono cambiati (in meglio) i nuovi Blink-182

Per capire meglio i nuovi Blink-182 che ci troveremo davanti sul palco di I-Days Milano 2017 il prossimo 17 giugno, bisogna fare un piccolo salto indietro nel tempo e tornare a quel punto preciso nella storia della band in cui qualcosa si è rotto. Siamo nel 2015, la band doveva iniziare a lavorare al successore di Neighborhoods (2011), e tutto sarebbe dovuto andare come da copione. Se non fosse che qualcosa nelle dinamiche interne aveva già iniziato ad incrinarsi: ad esempio c’è quel titolo, Neighborhoods (ovvero quartieri) che suggerisce un’immagine molto chiara, come quando si vive da separati in casa – o nella stessa città metaforica – cercando di andare d’accordo e riuscire ancora a combinare qualcosa di buono insieme.

Qualche avvisaglia i fan l’avevano già ricevuta ai tempi del primo scioglimento (che con il senno di poi non è stato un evento grave tanto quanto il momento di cui stiamo parlando): il problema, tra mille virgolette, era l’insofferenza di Tom DeLonge, a cui una certa situazione cominciava a stare stretta e forse, e diciamo forse, era per lui più appagante in quel momento andare in tour con gli Angels & Airwaves. Era un contesto del tutto diverso: questa volta ci si sarebbe dovuti rivolgere ad un pubblico differente e più raccolto, portando avanti un progetto in cui poter dare liberamente sfogo ad altre sonorità, che poco avevano a che fare con quelle dei Blink.

È stato proprio in quel periodo quindi che sono state gettate le basi per una frattura insanabile, che si è concretizzata nel momento in cui è stato annunciato che Tom non avrebbe più fatto parte della band: nonostante fossero riusciti a portare a termine il disco del 2011, non c’era ormai più traccia di quei tre ragazzi che sembravano divertirsi un mondo a correre nudi per le strade di Los Angeles o a imitare i Backstreet Boys. C’era solo spazio per un profondo e doloroso silenzio (tutti i membri infatti hanno raccontato di non essersi parlati per anni).

 

Quando uno dei componenti storici di una band se ne allontana (o viene allontanato), ormai lo sappiamo e ce ne siamo fatti una ragione, non sapremo mai da che parte sta la verità, e come fan dobbiamo solo accontentarci di uno scarno comunicato stampa con i vari part ways e in bocca al lupo per tutti i progetti futuri. Un facile paravento per uno scontro molto più complesso da gestire, incentrato probabilmente sulla necessità di abbandonare tutto per concentrare tutte le energie esclusivamente sui Blink-182.

Arrivati a questo punto quindi bisognava occuparsi di un problema più importante ovvero: chi avrebbe sostituito Tom?

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Per quanto quando viene a mancare uno dei tasselli fondamentali dell’amalgama sonora e vocale di un gruppo (non dimentichiamoci che i Blink cantavano anche a due voci) sarebbe più intellettualmente onesto fermarsi e ricominciare dall’inizio sotto un altro nome, proprio per rimarcare le differenze con il progetto principale, Mark Hoppus e Travis Barker – che, tra l’altro, è sopravvissuto al famoso incidente aereo del 2008 e, possiamo immaginare, aveva ancora più voglia di andare avanti – hanno scelto di proseguire, mantenendo il nome ma cercando una voce che fosse all’altezza.

Prima di essere chiamato dai Blink, Matt Skiba era il frontman degli Alkaline Trio, una band cresciuta lontana dal sole della California, nel cuore della scena punk/hardcore di Chicago, e guidata da una voce malinconica, grave e oscura ma al tempo stesso affascinante. Matt, che frequentava già la formazione da tempo, si è rivelato quindi l’uomo giusto al momento giusto: se l’idea dei nuovi Blink-182 era quella di proseguire su quella vena malinconica e riflessiva che con gli anni si era fatta sempre più protagonista (e che in realtà la band ha sempre avuto fin dai tempi di Adam’s Song, per quanto occultata dietro un’apparente eterna voglia di scherzare) il cantante, che si è dovuto calare in un ruolo non facile (e in fretta), è effettivamente riuscito a portare un’energia rinnovata.

Un’energia che ha dato i suoi frutti: il settimo album in studio, California (2016), il cui primo singolo Bored To Death sembra quasi un passaggio di consegne al nuovo arrivato (non a caso il pezzo comincia con la voce di Mark).

Ok, fa uno strano effetto non sentire la voce di Tom (che tra l’altro sulla linea vocale spiccava perché il timbro era più acuto), ma sinceramente: vi sembra che manchi qualcosa? La sensazione finale infatti è proprio quella di un sound più completo, un muro di suoni perfettamente miscelati tra loro che siamo molto curiosi di ascoltare dal vivo a I-Days Festival 2017, nel Parco di Monza, il prossimo 17 giugno.

Non è più pop punk ma qualcosa di molto più profondo, anche grazie al tocco di Matt che ha sortito i suoi effetti sulla resa finale delle canzoni. E se ci aspettiamo il caro vecchio punk, non resteremo delusi: Rabbit Hole è il perfetto esempio di come la band abbia recuperato le sue vecchie radici riuscendo al tempo stesso a contaminarle per trasformarle in qualcosa di decisamente più attuale.

E in un pezzo come Parking Lot invece la presenza e l’esperienza di Matt si fanno sentire ancora di più:

Poi c’è quel piccolo capolavoro di Misery, una di quelle canzoni che ti si fissano in maniera indelebile nella testa e riescono a uscirne solo dopo averla ascoltata almeno un centinaio di volte di fila.

 

Sicuramente i trascorsi con Tom non si possono cancellare con un semplice colpo di spugna: lui rappresenterà sempre un elemento fondamentale nella storia della band (in fin dei conti è anche grazie a lui se è arrivata fino a dove è oggi), ma nel momento in cui emergono esigenze diverse – dovute alla crescita musicale, ma anche anagrafica – forse è bene che le strade si separino, per dare all’intero progetto una nuova linfa. L’innesto di Matt Skiba ha donato quell’aura di maturità che i Blink-182, o meglio Mark e Travis, stavano cercando da tempo. Forse l’hanno finalmente trovata.

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