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I 10 anni di Suicide Season dei Bring Me The Horizon

“September is Suicide Season”. Così recitava la controversa campagna promozionale del secondo disco di una band per molti versi scomoda, e da sempre nel mirino non solo dei puristi, ma anche paradossalmente del proprio pubblico. Suicide Season, pubblicato il 29 settembre 2008 in Gran Bretagna e Europa e il 29 novembre negli Stati Uniti, è un album in cui i Bring Me the Horizon resettano per la prima volta il proprio sound e la propria carriera, inaugurando una lunga serie di successi e soprattutto gettando le basi per un percorso unico nel suo genere, sebbene imitato da una miriade di altre band.

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10 ANNI FA…
Ogni (sotto)genere musicale ha una propria evoluzione e un ciclo vitale più o meno lungo. Anche il metalcore, dopo aver vissuto un periodo di splendore dal 2001 al 2006, vivrà ancora di rendita negli anni successivi per poi evolversi e contaminarsi in un secondo momento. Tra il 2007 e il 2008, con i nuovi lavori di Bullet For My Valentine, Underoath, Avenged Sevenfold, As I Lay Dying e Trivium (e molti altri), assistiamo a un vero e proprio canto del cigno del metalcore. A questi ultimi battiti vitali si può ascrivere anche Suicide Season, frutto di una band desiderosa di cambiare pelle, e di lasciare finalmente il segno. In origine infatti, i Bring Me the Horizon nascevano come formazione deathcore, ma in seguito alle durissime critiche ricevute con la pubblicazione di Count Your Blessings (2006), per Oli Sykes e soci era arrivato il momento di dimostrare al mondo di che stoffa fossero davvero fatti, traslando il loro sound verso un metalcore ancora fortemente contaminato da caratteristiche deathcore, ma anche da elementi techno/electro che diventeranno una costante nella proposta dei Nostri.

IL DISCO
Scritto e registrato nel bel mezzo del nulla (ovvero ad Arboga, un minuscolo villaggio svedese), lontano dalle distrazioni e soprattutto dall’alcol di Birmingham, dove i BMTH hanno lavorato a Count Your Blessings, Suicide Season è a tutti gli effetti un lavoro più maturo in cui la formazione britannica finalmente riesce nell’intento di dare sfogo alla propria creatività e alla propria rabbia, guidati dall’orecchio sapiente del producer Fredrik Nordström, sempre più coinvolto nel processo di realizzazione del disco, una volta compreso appieno il potenziale dei propri “assistiti”.
Nonostante le intenzioni della band fossero quelle di prendere le distanze dal precedente album, Suicide Season in realtà sviluppa le idee e il sound di Count Your Blessings in qualcosa di più convincente e in linea con la “fama” della band. Infatti, se il disco d’esordio si prendeva troppo sul serio, SS riflette fedelmente l’immagine della formazione, pur conservando l’intensità e la violenza del debutto. C’è anche chi si riferisce al secondo sforzo dei Bring Me the Horizon come “party deathcore” più che metalcore tout-court: in effetti tra gang vocals, breakdown a profusione, testi che inneggiano alle sbronze e al divertimento sfrenato, oltre a un voler essere di continuo ‘over the top’, la definizione calza a pennello.
La opener The Comedown funge da ponte con Count Your Blessings, e prepara il terreno per Chelsea Smile, primo vero singolo di successo dei Nostri. Ma oltre alle ospitate di JJ Peters dei Deez Nuts e di Sam Carter degli Architects, Suicide Season tocca vette inaspettatamente alte in particolar modo con It Was Written in Blood e la title track, che lasciano presagire la direzione che Oli Sykes e i suoi prenderanno in futuro. Non mancano i momenti trash, in cui si rispecchia la violenza da e contro il pubblico e i fattacci di cronaca che hanno coinvolto il frontman (che si rivolge alla ragazza a cui avrebbe urinato addosso durante uno show in No Need for Introductions, I’ve Read About Girls Like You on the Backs of Toilet Doors in questi termini “And after everything you put me through, I should of fucking pissed on you”…)

…E OGGI
Come anticipato qualche riga sopra, Suicide Season rappresenta il primo tassello in un percorso di crescita professionale sempre più inarrestabile. I Nostri sono stati tra i primi a dimostrare su scala globale che l’estetica “metal” non fa una formazione metal e viceversa, attirandosi con le loro canotte slabbrate, i jeans stracciati e i ciuffi piastrati nero corvini le furie più o meno giustificate dei puristi del metallo, ma anche uno stuolo di fan (alcuni fedelissimi, altri legati più a un disco in particolare che ai BMTH in sé) e una schiera di band clone al costante inseguimento delle fortune dei propri “numi tutelari”.
Un altro grande merito dei Bring Me the Horizon, a prescindere dalle scelte artistiche ed estetiche, è la costante evoluzione del proprio sound ad ogni album, e il coraggio di mutare forma di release in release. Dopo qualche sostituzione in line-up, raggiunta la fama internazionale con There Is a Hell, Believe Me I’ve Seen It. There Is a Heaven, Let’s Keep It a Secret. (2010), rafforzata ulteriormente dall’arrivo in formazione del tastierista Jordan Fish e dalla conseguente pubblicazione di Sempiternal nel 2013, con That’s the Spirit (2015) i britannici sono arrivati alla consacrazione definitiva, gestendo con sapienza sonorità alternative e pop rock. Tra qualche mese scopriremo su quali fondamenta si baserà Amo, il nuovo attesissimo disco dei Nostri.

Chiara Borloni

Foto di Elena Di Vincenzo

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