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20 luglio, il giorno che unisce Chester Bennington e Chris Cornell

Questo non vuole essere un necrologio o una riflessione triste e oscura. Vuole essere un messaggio di speranza che oggi, 20 luglio 2018, più di ogni altro giorno dell’anno deve assumere una forza particolare, una potenza ben nota a chi ama la musica di due eroi dell’hard rock moderno. Abbandonate per sempre le nostre sponde terrene, Chris Cornell e Chester Bennington sono anime unite indissolubilmente e per sempre. Una data in particolare rappresenta l’incontro delle strade tragiche dei due artisti in un modo che è sembrato a tutti i loro fan come un unico, durevole incubo alternato tra turbato sonno e malinconica veglia.

Ancora oggi la data del 20 luglio porta ai nostri ricordi la morte di Chester Bennington (avvenuta esattamente un anno fa), tragedia che coincide in modo macabro con il compleanno di Chris Cornell (cantante dei Soundgarden, Audioslave e Temple Of The Dog nato il 20 luglio 1964 e suicidatosi il 18 maggio 2017). Per quanto ci si possa provare, cercando di proteggere le nostre emozioni da una realtà troppo pesante da affrontare, è impossibile negare a noi stessi l’evidenza di una non casualità sull’incredibile coincidenza dei due eventi. Due decisioni estreme, due vite improntate alla sofferenza interrotte. Senza scendere in inutili particolari, persino le modalità sono simili. Due situazioni fatali di solitudine che ha messo i due artisti allo scoperto, orfani di quella protezione che gli amorevoli famigliari tentavano quotidianamente di offrire per combattere dei demoni che non erano sconosciuti.

Tutti sapevano che Cornell quanto Bennington lottavano ogni momento della loro esistenza contro demoni che provenivano dal passato, e che la loro vita di rockstar nutriva e faceva prosperare. Una bilancia in bilico tra il bene e il male: da una parte il demone della sofferenza, della dipendenza, che si abbuffava continuamente di notorietà, di rock ad alto volume, del loro talento, e in una maniera alquanto malata dell’amore dei fan.

Dall’altra l’amore di amici e famigliari, costante, potente, incondizionato. Il momento esatto in cui il piatto della bilancia si è incrinato verso la parte buia, abbiamo perduto i nostri amati eroi. E’ bastato un attimo, una zona d’ombra dove Chris è entrato a passo di condanna nella stanza numero 1136 del MGM Grand Detroit Hotel, dopo uno show dei Soungarden e quell’ultima canzone In My Time Of Dying, cover dei Led Zeppelin dagli echi di drammatica inevitabilità. Chester invece era nella sua casa a Palo Verdes Estates in California.

La morte è una tragedia, sempre. In maniera particolare quando è figlia di un gesto estremo nato da lunghi anni di sofferenza, da una lotta che finisce con una sconfitta per KO. E’ anche vero che nel caso di artisti come Chester e Chris, cantanti e musicisti che ci hanno regalato tantissime storie, canzoni, melodie, concerti, la situazione è diversa. La loro morte, come la loro vita, può diventare parte di un processo di resilienza per i loro fan. La loro forza, stoicità, rimane di fatto eroica e deve diventare un esempio, un messaggio subliminale ed eterno nascosto sotto le note delle loro canzoni.

Chi ama ed ascolta da una vita il Grunge come il Nu Metal ha confidenza con la rabbia e le ferite dell’anima. Sa benissimo come sfruttare questo meccanismo catartico, come sfogare attraverso i riff e le urla le proprie frustrazioni, tutto quello che non va nel proprio mondo e in quello esterno. Questo è il concetto centrale della resilienza applicata a qualsiasi tipo di arte, e che si esprime sempre e comunque nel concetto di comunicazione. Il male che abbiamo dentro deve uscire, in qualche modo. L’arma più importante è la parola. Parlare dei propri problemi aiuta a trovare un’uscita: un punto di vista esterno al nostro può mettere in luce dei varchi e dei punti di fuga che in un primo momento ci sono sfuggiti.

Ma per chi non ha dimestichezza con la parola, con l’esternazione del proprio mondo interiore, è da sempre corsa in suo aiuto l’arte scritta, figurativa e la musica. Il grande merito di artisti come Cornell e Bennington è quello di avere regalato a milioni di fan lo strumento per sopravvivere. Ne hanno pagato un costo estremo, ma quanti grazie alle parole nate dalla loro sofferenza sono sopravissuti, hanno combattuto e sconfitto i loro demoni? In questa luce, più che martiri, sono da considerare degli eroi caduti.

La bilancia è sempre in un fragile equilibrio sopra l’oblio, per tutti. Noi che amiamo la loro musica abbiamo un’arma in più rispetto ad altri, e non so voi, ma io sarò grato a questi due artisti per sempre. Chester Bennington nel suo ultimo successo musicale, One More Light, dice: “Se non puoi vederlo, non vuol dire che non ci sia”. In lunghi anni abbiamo imparato da loro la sensibilità e l’onestà di non nascondere a noi stessi, ma nemmeno agli altri, che qualcosa non va. Che non è tutto rose e fiori, che le ombre ci sono e quasi sempre sono più potenti della luce. Ma ci hanno anche insegnato la rabbia, la bellezza della forza insita nell’urlo, nell’headbanging, nel pestare i piedi al ritmo del rock, da scagliare contro il buio, contro il nulla. E se un giorno, come per tutti, il buio ci raggiungerà, nessuno potrà accusarci di non avere lottato con nobiltà.

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