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Follow The Leader dei Korn compie 20 anni

Follow The Leader, il terzo album dei Korn, usciva vent’anni fa in tutto il mondo. Il gruppo statunitense era nel pieno del suo progetto di conquistare il mondo del metal alternativo mainstream, dopo aver dominato nel movimento underground. Dall’esordio omonimo del 1994 perfezionato dal buonissimo Life Is Peachy del 1996, Follow The Leader è l’apice di un percorso di quattro dischi che si conclude con Issues nel 1999 che termina idealmente il cammino di conquista delle classifiche.

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Cammino trionfale fatto di una miscela disparata di stili e di pianificazioni mirate, unite ad una tecnica e a molte idee spettacolari che rendono i loro primi album potenti, rabbiosi, divertenti. Tutto dei Korn è un’ordinata confusione, una commistione di elementi buttati alla rinfusa ma che formano un caos diabolicamente competente per il fine di appagare un numero impressionante di fan e avere successo. Non a caso Follow The Leader è da molti considerato una delle più alte espressioni della musica Nu Metal, un vero e proprio movimento artistico e commerciale, solo di poco più in basso del precedente movimento Grunge, e che come tutti i cicloni ha prodotto mode.

Gruppi nati e deceduti nell’arco di un solo album, soldi a palate e la solita macchina commerciale che tutto trita in onore del profitto. I Korn non hanno patito il sistema anzi hanno proliferato al suo interno diventando una delle prime band metal a trasformarsi in brand commerciale, capitanati dalle figure distorte e affascinanti di Jonathan Davis, con il suo kilt e le assurde sponsorizzazioni sportive (prima Adidas derisa dalla canzone A.D.I.D.A.S. presente nell’album Korn e poi Puma), dalla figura scimmiesca e la bandana in testa del bassista Reginald Arvizu detto “Fieldy”, di James Shaffer detto “Munky” e da Brian Welch detto “Head”.

20 ANNI FA…
All’inizio ci fu Rick Rubin che fece incontrare gli Aerosmith con i Run DMC per il brano Walk This Way, quindi anche Anthrax e Public Enemy cominciarono a fare flirtare il metal con il rap. Ma il Crossover non è solo una semplice unione di due generi. E’ il soddisfacimento di un’esigenza sociale, uno sfiato di una pentola a pressione che rischiava di trasformare la comunità americana in una situazione di guerriglia permanente.
Il Crossover propone una soluzione e un esempio artistico musicale ad un problema sociale di integrazione, di coesistenza di svariate etnie all’interno di un unico contenitore e contesto. Il mondo è sempre più allargato, i confini sono aggirabili con la tecnologia, e al tempo stesso si è schiacciati dalla contraddizione di essere sempre più soli e isolati in noi stessi. Questo mal di mare esistenziale ha un’unica soluzione, quella di vivere rompendo gli schemi. Il Crossover fa proprio questo, rompe gli schemi classici dell’etichetta, creandone a tutti gli effetti un’altra.
L’America accoglie nei suoi enormi Festival il Nu Metal, denominato così perché nasce come sotto-sotto genere di altri tipi di metal come il Thrash o l’Alternative Metal, che accende le folle oceaniche del Family Values Tour, del Lollapalooza e dell’Ozzfest. Si puntellano sul mercato dei dischi le colonne cardine del genere, e ci pensano proprio i Korn con il loro esordio, ma anche Deftones con Adrenaline, Coal Chamber e Limp Bizkit con Three Dollar Bill, Yall$. Metal, rap, funk, elettronica e un numero disparato di strumenti quali cornamuse, mandolini, fiati e percussioni di tutti i tipi, buttati dentro questo immenso calderone. Molti gruppi annoverano nelle proprie file DJ, le chitarre e i bassi rimangono compressi, potenti e distorti, mentre le batterie si accostano più a ritmi sincopati e regolari, abbandonando quasi totalmente il doppio pedale, per accogliere al meglio l’ hip hop e il funk.
Gli stili vocali sono schizofrenici e anche qui la regolarità è una chimera. C’è quasi sempre molta melodia, parti rappate e urlate o addirittura in growl. Nonostante questo marasma apparentemente indistricabile di stili i Korn sono riusciti ad emergere in maniera decisa e riconoscibile, venendo considerati ancora oggi tra i maggiori esponenti del movimento. Era l’era della musica in tv e dei grandi videoclip. Ricordo dei percorsi da ottovolante di zapping che senza soluzione di continuità mi portavano da una presentazione di coltelli a quella di materassi, ad un video dei Korn che lottavano con una pallottola vagante a quello di una candida boyband di bianco vestita accolta dai propri fan teenager all’aeroporto. C’era la Aguilera e la Spears, Ricky Martin e la dance commerciale, c’erano le boyband, ma c’erano anche i Beastie Boys e i Metallica, e appunto una miriade di gruppi Nu Metal che usavano il video come principale carro trainante della promozione.
Prima della scorpacciata definitiva di Issues, anche Follow The Leader propone due video che diventano virali in un mondo che non ha ancora familiarizzato con questo termine. Allora si registrava in VHS il passaggio del proprio video preferito in tv, per poi rivederlo tutte le volte che si voleva, o perlomeno fino a che reggeva la bobina del registratore. Già con il video di A.D.I.D.A.S. avevano esplorato il mondo cinematografico producendo un piccolo cortometraggio dark in cui il gruppo flirta con l’aldilà. La corsa con sfoggio di auto di lusso per le strade di Los Angeles (stile usuale al mondo hip hop) di Got The Life e la lotta contro la pallottola in Freak On a Leash continua una danza guancia a guancia di Davis e soci con il filmico, sempre spettacolare e visivamente stimolante.
Il video di Freak On A Leash in particolare (prodotto da Todd Mcfarlane, quello della prima e per ora unica trasposizione cinematografica dell’oscuro personaggio Spawn) rimanda alla copertina disegnata da Greg Capullo e che si anima nel video, con la bambina che gioca a Campana su uno spuntone di roccia sospeso nel vuoto staccandosi dalla massa di bambini imprigionati in un qualche istituto correttivo, mentre una guardia, rincorrendola, inciampa e pistola alla mano fa partire accidentalmente la pallottola che bucherà il tessuto filmico per irrompere in quello del video vero e proprio, cominciando a danzare con la voce di Davis e gli strumenti della band.
Idee sempre geniali (la mini storia della bambina verrà portata avanti nel videoclip di Falling Away From Me di Issues dove il gruppo suona in miniatura dentro un carillon) che erano un modo mai banale e significativo di veicolare le canzoni in tutto il mondo tramite il mezzo tv. I Korn portano alla vetrina di massa quell’autoreferenzialità che li renderà un marchio importantissimo, trainando un genere e una sorta di clan chiuso, alla maniera del mondo hip hop, con i suoi seguaci e nemici da combattere in faide metropolitane che respirano e vivono velate sotto il circuito mainstream. Follow The Leader è la glorificazione di una combriccola, di una Dopa, per usare un termine che in Italia spopolava grazie a Neffa. Un gruppo di amici/colleghi che irrompono nel mondo a muso duro, uniti contro tutti. Tutti sono infatti dentro in questo disco, da Ice Cube a Fred Durst, Tre Hardson e il comico Cheech Marin. Al loro pubblico questo sistema comunicava una cosa sola: o sei con noi o sei contro di noi. Questo cameratismo artistico ha funzionato fino agli anni duemila inoltrati. Poi i Korn hanno dovuto inventarsi dell’altro, la dubstep e altre disgrazie, ma questa è un’altra storia.

IL DISCO
In tempi in cui la sovraesposizione all’informazione offerta da Internet che ti prepara a tutto o quasi ancora non c’era, comprando Follow The Leader e inserendolo nel lettore dello stereo la prima cosa a cui pensavi era questa: è rotto. Per 12 tracce il disco suonava solo silenzio. Cinque secondi l’una, le tracce si snodavano all’interno di un niente che ti atterriva e che si interrompeva solo con la traccia 13 e It’s On! Un buon modo di rompere il silenzio. Ora so che quelle dodici tracce compongono un minuto di silenzio in onore di un loro fan in fin di vita che espresse come ultimo desiderio la volontà di vedere il suo gruppo preferito dal vivo. Il fan si chiamava Justin e a lui è dedicata anche la decima traccia (in realtà sarebbe la numero 22) dell’album.
Dopo il minuto di rumore bianco i Korn si premurano di creare un muro di suono impressionante. It’s On!, Freak On a Leash, Got The Life e Dead Bodies Everywhere fanno da sole la fortuna di un album che si presenta come Metal alternativo puro, con il suono e la ritmica tipica dei Korn, con la batteria secca e cadenzata senza troppi inutili tecnicismi e il basso di Fieldy (il nome deriva da Garfield, il suo cartone animato preferito) che picchia come una batteria e produce quel suono metallico che lo contraddistingue.
La melodia, poca e aggressiva ma che nulla perde in incisività è un accessorio di lusso al growl e all’aggressività del timbro unico di Jonathan Davis. E’ spudoratamente protagonista anche l’impianto chitarristico formato dalla combo Munky e Head, con riff e armoniche malate tipiche del sound Korn. Quello che rende Follow The Leader unico anche all’interno della discografia stessa del gruppo è quella sotto trama urbana e etnica, che trasforma i Korn e i suoi seguaci in una minoranza in lotta con il convenzionale, imborghesito mercato musicale. Questa strategia ha creato negli anni una sorta di armata di fan pronti a tutto per difendere il clan capeggiato dai Korn. Espressione massima di questa ideologia sono i grammelot musicali di Children Of The Korn (citazione parziale di un vecchio horror, ‘I Figli Del Grano’), All In The Family e Cameltosis, dove il rap si fa spazio e dove il clan insieme al gruppo traccia una linea di gesso a terra e ti guarda di traverso, chiedendoti tacitamente cosa hai intenzione di fare: se oltrepassarla, e stare dalla loro parte, o rimanere immobile dalla parte di tutti gli altri.
Reclaim My Place è un’altra rivendicazione violenta di territorialità con le slappate di basso che ti fanno saltare le otturazioni dei denti. Nu Metal puro in Seed, dall’atmosfera distorta, opprimente, che esplode in un ritornello che accompagna alla melodia un cantato cadenzato ai ritmi di filastrocca bambinesca, che nella produzione dei Korn è ricorrente (ascoltate Shoots And Ladders). Gli oltre sette minuti di My Gift To You vedono ricomparire lo strumento simbolo del gruppo, la cornamusa, che ancora oggi viene suonata dal vivo da Davis per introdurre il riff granitico di questa canzone con il suo ritornello rispecchiante tutti gli epici crismi melodici del genere. Earache My Eye è la traccia nascosta che vede la registrazione della voce di Cheech Marin che riprende un brano dei Cheec & Chong presente nel film Up In Smoke (suonata dal vivo anche dai Soundgarden).

…E OGGI
Con gli ultimi album i Korn si sono rialzati da una deriva pericolosa, figlia di una perdita di obbiettivi. Hanno smarrito la strada nel decennio che va dal 2005 al 2015, cedendo alle lusinghe del pop e delle mode elettroniche che in alcuni casi, per fortuna, hanno avuto vita breve (come la vacanza indesiderata della dubstep in quello che rimaneva del contesto Nu Metal). Hanno perso Head per quasi una decina di anni, afflitto da problemi mentali. Hanno cambiato il batterista introducendo il bravissimo Ray Luzier e proprio in occasione della celebrazione del ventennale di Follow The Leader è scoppiata la polemica con il batterista di allora David Silveria (che non era stato coinvolto).
Jonathan Davis è impegnato nella promozione del suo sospirato primo album solista Black Layrinth ma i Korn sono una realtà ancora viva e importante. Lo abbiamo visto anche nei live qui in Italia: il gruppo picchia ancora forte e il Nu Metal sta rialzando la testa dopo anni di oblio. Follow The Leader è un album che funziona ancora sia nei suoi singoli elementi che nell’insieme perché, anche se è inquietante notarlo, le stesse tensioni che allora erano benzina di questa musica sono oggi immutate. Anzi, si può dire che l’apporto culturale è ancora più rovente oggi, con la situazione americana che vede l’intolleranza razziale in preoccupante ascesa, le minoranze etniche sempre più avulse e isolate, i diritti umani in balia degli insensibili poteri forti delle lobby. Serve ancora e più che mai una voce che rompa gli schemi e un leader da seguire.

Daniele Corradi

Foto di Francesco Prandoni

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