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I 35 anni di Shout at the Devil dei Mötley Crüe

Pensando ai Mötley Crüe, non si può fare a meno di evocare immagini di capelli cotonati, trucco, borchie, eccessi e singoli scalaclassifiche. Ed è proprio con il secondo album della band californiana, Shout at the Devil, pubblicato il 26 settembre 1983, che Vince Neil e soci arrivano al successo dando il la a una carriera pluridecennale e da oltre cento milioni di dischi venduti in tutto il mondo, oltre che al monopolio assoluto nel glam metal e non solo (almeno fino al terremoto Guns N’ Roses a fine anni ‘80).

35 ANNI FA…
Come già sappiamo, il 1983 è un anno fondamentale nel metal, che si diffonde negli States in due varianti: da una parte la violenza e la velocità del thrash con i primi dischi di Metallica e Slayer, e dall’altra, le borchie e i ganci melodici infallibili dei “party boys” Mötley Crüe, destinati a spianare la strada per decine di formazioni glam metal. Vince Neil, Mick Mars, Nikki Sixx e Tommy Lee, dopo i consensi ricevuti in seguito al debutto discografico, (Too Fast for Love, 1981), sono decisi più che mai a sconfinare dalla cerchia losangelina e farsi un nome anche all’interno di un territorio molto più ampio, condendo il tutto con scandali ed eccessi (per la cronaca, i Crüe si proclamavano con orgoglio tra le band più pericolose e temibili dell’epoca). E Shout at the Devil rappresenta per il quartetto un treno impossibile da perdere.

IL DISCO
Il secondo full-length dei Mötley Crüe è senza dubbio il lavoro più heavy della loro carriera, e al tempo stesso, rappresenta l’inizio di un nuovo corso prima dell’ingresso ufficiale nella first wave del glam metal con Theatre of Pain (1985). Autodefinitisi un mix tra David Bowie, Sex Pistols e Black Sabbath, in Shout at the Devil effettivamente i Nostri strizzano l’occhio agli artisti sopracitati, rimanendo nei confini di un metal abbastanza essenziale, che ammicca di tanto in tanto al glam e al pop metal (mentre per quanto riguarda l’impatto estetico, i quattro il salto lo avevano già fatto, eccome).
Le lyrics ispirate a sesso, droga, violenza e ribellione contribuiscono a rendere ancora più irresistibile l’appeal di pezzi come Bastards, Looks That Kill, Red Hot, o della title-track, presente in setlist fino all’ultimo concerto della formazione. Per non parlare della polemica scatenata dal pentacolo in copertina e dalla cover di Helter Skelter dei Beatles (collegata alle stragi perpetrate dalla “family” di Charles Manson) e della risonanza che MTV darà ai videoclip dei singoli estratti dall’LP. In realtà all’epoca Shout at the Devil non riscuote consensi unanimi da parte della critica (anche se verrà rivalutato più tardi, riconoscendo l’importanza di questa produzione non solo nella carriera dei Nostri, ma anche a livello globale e generale all’interno della scena glam), ma i Crüe, spacconi e pieni di cliché quali erano, non potevano fare a meno di spiccare nel clima di edonismo tipico degli anni ’80 e conquistarsi un pubblico sempre più vasto, per buona parte composto da una fanbase esclusivamente femminile (una novità per una band metal).

DAL VIVO
Come ulteriore trampolino di lancio, Vince Neil e soci verranno presi sotto l’ala protettiva di Ozzy Osbourne. Il padrino dell’heavy metal infatti, vorrà proprio i Mötley Crüe come band di supporto per il suo Bark at the Moon Tour. I Nostri seguiranno Ozzy in tutto il mondo dal 10 novembre 1983 al 19 gennaio 1985 per decine di date di fronte a migliaia di fan, spargendo il verbo anche al di fuori degli States, grazie a performance infuocate dall’alto tasso erotico e uno strascico di cuori infranti e scandali di città in città, per la gioia dei paparazzi e degli stessi Crüe, che vedranno rimbalzare più volte i propri nomi sui tabloid.

… E OGGI
Fino alla fine del decennio, i Nostri non conosceranno rivali, e continueranno a collezionare successi internazionali senza sosta. Ma complice l’affermarsi dapprima dei diretti concorrenti Guns N’ Roses e in seguito di altri generi musicali (vedi alla voce grunge), i Mötley Crüe inizieranno un lento ma inesorabile declino. Tra progetti solisti, abbandoni, overdose e gravi problemi di salute, screzi interni e con le discografiche, scioglimenti provvisori e ritorni in scena reali, i quattro vivranno un secondo momento d’oro nel 2008 con la pubblicazione di Saints of Los Angeles (e il ritorno della line-up originale, che non si era più ritrovata in studio insieme da Generation Swine, 1997) terminato nel 2015 con il mastodontico Final Tour e il conseguente ritiro dalle scene. Solo il tempo dirà se effettivamente si è trattato di un addio, o dell’ennesima mossa sensazionale (e sensazionalistica) alla Mötley Crüe.

Chiara Borloni

Foto di Francesco Prandoni

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