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Mudhoney, Superfuzz Bigmuff compie 30 anni

C’è sempre una zona d’ombra dietro la ribalta. Vicoli bui che si allontanano dalle ariose piazze dove le vetrine risplendono e i passeggiatori sfoggiano i migliori gioielli. C’è sempre un fondo dove la luce fatica ad arrivare, dove le regole sono diverse, così lontane dalle abitudini di superficie. Dietro il Grunge delle copertine ci sono i Mudhoney, oggi come allora, trent’anni fa.

Hanno gettato il seme, con l’etichetta Sub Pop e con il produttore Jack Endino, di quello che poi è diventato un fenomeno enorme, distruttivo, pieno di bugie e contraddizioni. Quello che ha portato a vedere magliette dei Nirvana vendute nelle boutique di massa, a sentire citazioni di Kurt Cobain in bocche esperte associate ad orecchie che mai hanno ascoltato una nota delle loro canzoni. Tutto questo successo ha una scintilla di inizio, la bomba ha un detonatore, che a big bang avvenuto ha preferito rimanere nelle retrovie evitando di compromettere la propria anima.

Questa fiamma primordiale si chiama Superfuzz Bigmuff, è il primo EP dei Mudhoney e primo mattone di un mito che poi è caduto molto lontano dall’albero che lo ha generato. 30 anni fa nasceva la musica di Seattle nella maniera più violenta e sporca possibile. Prima dei colori saturati di Heart Shaped Box, dei maglioni di lana e delle camicie di flanella, dei Pearl Jam con le loro battaglie e la loro mesta civilizzazione, prima che l’ego e la dicotomia potenza/fragilità di Chris Cornell distruggesse e poi resuscitasse i Soundgarden. Prima di tutto questo, c’erano Mark Arm e Steve Turner, c’erano i club, i poghi, le fotografie in bianco e nero di Charles Peterson che hanno reso immortali copertine come quella di Louder Than Love dei Soundgarden e di gruppi come Tad e Screaming Trees, di palchi e stage diving, di chiome che nascondono visi rabbiosi, chitarre spaccate su amplificatori di basso costo. C’era il sudore, il sangue, la lotta per emergere. C’era il vero Grunge.

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30 ANNI FA…
Stava per cadere il muro di Berlino, e in America la generazione giovanile veniva schiacciata e deturpata nel nome del denaro, dei soldi facili, dell’arrivismo sociale, dell’ipocrisia di classe alla ricerca di un’elite illusoria che accodasse tutte le volontà ad un unica, gestibile marchetta.
C’era bisogno di uccidere gli anni ’80, il loro frenetico sorriso allargato su volti allucinati, perduti in una corsa senza freni senza un vero traguardo da raggiungere. Per distruggere questo velo di falsità serve tanta rabbia, tanto rumore. Serve recuperare delle armi che hanno lavorato così bene nella seconda metà degli anni sessanta e nei settanta, ma è necessario caricarli di più chitarre, di più distorsione.
Il nucleo del virus che distruggerà la casa di bambole che era diventata l’America di fine anni ’80 nasce nella città di Seattle, proprio perché pare essere l’incarnazione urbana di una rabbia schiva, un cupo rifiuto di tutto ciò che è scontato, banale e imposto.

Il Grunge non è nato in un fumoso ufficio di una casa discografica, non è stato pianificato. E’ per questo, più che ogni altra cosa, più della qualità della musica e delle parole dei testi, che lo ha fatto amare da milioni di giovani. La sua spontaneità, casualità. Il fatalismo che sopprime le probabilità e porta l’unicità alla ribalta. Il Grunge alla fine degli anni ’80 è solo un flusso sotto traccia, una vibrazione potente e impercepibile che univa le strade, i locali di Seattle, le facce che si incontravano ai party, ai concerti.
C’era quel biondo strano, simpatico ma fragile, dal nome Layne Staley. Quello taciturno, alto, dai capelli lunghi e mossi, che si chiamava Chris Cornell. Il ragazzo appariscente, eccentrico che voleva diventare una rockstar a tutti i costi che si chiamava Andrew Wood. C’era Mark Arm dei Mudhoney che conosceva Jeff Ament e Stone Gossard. Gente che voleva suonare nelle sale prova, prima che in giro per il mondo. Così nascono i Green River, dalla cui scissione nascono i Mother Love Bone (da cui, a sua volta, arriveranno Temple Of The Dog e Pearl Jam) e i Mudhoney. Un film di seconda fascia regala il nome alla band che con Mark Arm alla voce, Steve Turner alla chitarra, Matt Lukin al basso (si, quel Lukin nella cui casa si svolge la serata raccontata dalla canzone Lukin dei Pearl Jam presente nell’album No Code) e il batterista Dan Peters, fondatore dei Melvins e ricercatissimo tra le band della città (sembra abbia rifiutato i Nirvana, ovviamente quando ancora non avevano un contratto discografico) danno vita alla band più dura e pura del Grunge.
Pochissimo spazio alla sperimentazione, rifiuto categorico di modernizzazione, cambi di stile e ammiccamenti al mercato, hanno espresso al massimo il concetto di garage band. Schivando il ruolo di leader nelle intenzioni, ma di fatto rimanendo punto di riferimento per tutti i gruppi e i musicisti che sono caduti nella girandola impazzita del music business.

IL DISCO
Jack Endino era il produttore perfetto per chi voleva registrare rumore in breve tempo e con un costo limitato. Il suo curriculum vanta dischi come l’esordio dei Nirvana Bleach, ma anche Screaming Trees, Tad e i primi passi dei Soundgarden con i loro Ep Screaming Life e Fopp. Endino, già chitarrista del gruppo mitologico del noise rock Skin Yard, trasforma in suono un attitudine al grezzo e allo sporco, preannunciato nel manifesto del titolo Superfuzz Bigmuff, composto unendo i nomi di due pedali che danno alle chitarre quel suono ruvido che tanto piace ai componenti dei Mudhoney.

Le canzoni dell’album diventano immediatamente degli inni per i giovani di Seattle, oppressi e spaventati dall’aumento incontrollato dei casi di AIDS. Di questo parla Touch Me I’m Sick, ma anche Sweet Young Thing Ain’t Sweet No More, un blues caricato dal peso smodato del fuzz e della distorsione esagerata. Il basso di Lukin e la batteria di Peters producono un mood cavernoso e ossessivo, che se ad inizio disco corre a tutta velocità in un post punk che tanto deve agli Stooges, in episodi come la bellissima Mudrine rallenta e diventa cupa, malata.
La voce di Mark Arm è potente, convulsa, che pochissimo spazio lascia al pulito, mentre le melodie sono ridotte all’osso. Questa è la parte più puramente garage del Grunge, nel suo stato più embrionale. Semplicità ed energia sono il marchio di fabbrica di un album che è la scintilla che ha fatto esplodere un mito. Need sembra proporre una melodia alla Screaming Trees, e Arm si impegna a sua volta a dare un senso melodico al suo cantato, ma il tutto è espresso con l’usuale sporcizia sonora che rende la canzone un capolavoro di spudoratezza e spontaneità, con cori punk che incorniciano una perla dura come il diamante.
In ‘n’ Out Of Grace è rabbia cristallina che ti prende a cazzotti le orecchie. E’ difficile non lasciarsi conquistare dalla potenza di questi suoni primordiali. Nelle canzoni di Superfuzz Bigmuff si percepisce il nucleo del potere che ha alimentato decine di gruppi, tra i quali le superstar che hanno conquistato il mondo musicale per quella manciata di convulsi anni che, come un uragano, hanno cambiato il volto della musica per sempre.

E OGGI…
I Mudhoney sono ancora in giro. Nel 2018 è uscito un loro album di studio dal titolo Digital Garbage e benché abbia una qualità sonora di certo al passo con i tempi, loro sono ancora quelli di una volta. Rumorosi, basilari, senza fronzoli e incorruttibili nel cedere a nessun tipo di scorciatoia, di lusinga al sistema. Sembra che arrivando all’aereoporto di Seattle, se entrate nel negozio della Sub Pop Records dalle casse esca la voce di Mark Arm a darvi il benvenuto. Perché i Mudhoney, più di chiunque altro, sono Seattle e sono il Grunge. Sono il totem che aiuta a ritornare al centro, al principio di tutto. Lo sono stati all’inizio e lo sono ancora, dopo che la tempesta è passata. Superfuzz Bigmuff è una perla incastonata nel tempo, che suona imperiosa e potente anche dissociata dal suo glorioso e ingombrante contesto. E’ energia pura che brucia immediata, senza fermate intermedie, in perfetto stile punk. Ma è anche rabbia giovanile espressa con maestria e sensibilità artistica. I Mudhoney sono ancora il gruppo di punta della Sub Pop Records, non sono mai volati via dal nido, sono sempre lì a fare rumore, come un vecchio amico che è rimasto in città quando tutti gli altri hanno cercato fortuna altrove.

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