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Myles Kennedy ripaga l’attesa: Year Of The Tiger è un grande album

La prima vita artistica di Myles Kennedy si spende all’insegna del coronamento di un sogno, quello di fare la rockstar. Cullato e cresciuto in una fattoria di Spokane, la prima chitarra se la guadagna pulendo le stalle dei cavalli. Il rock dei Led Zeppelin è lì che lo guarda da lontano e lo adula come una terribile sirena può fare con il marinaio perduto, mentre Myles instaura un rapporto solidale con il soul e il jazz.

È proprio il jazz che lo svezza musicalmente negli anni del liceo fino alla nascita del suo primo gruppo di livello che univa il jazz alla fusion: i Citizen Swing. Tra le note si sente già affiorare l’afflato rock; le doti tecniche strumentali di Myles si uniscono a quelle vocali, esplodendo in tutta la loro magnificenza nel progetto Mayfield Four. Come definirli in poche parole? Una linea vocale che ondeggia tra la rabbia dei Soundgarden di Chris Cornell, la profondità dei Pearl Jam di Eddie Vedder e la grazia di Jeff Buckley, condita da un manto musicale che va dal rock classico alla ballata blues.

Il loro primo album Fallout è mixato nientemeno che da Brendan O’Brien, che i gruppi sopracitati conosce molto bene. Il secondo Second Skin accelera e pigia ulteriormente il pedale del rock, della melodia, delle ballate, proponendo un buonissimo songwriting e la ormai evidente strapotenza vocale di Kennedy. La prima vita artistica però si chiude qui. Dopo quello che vi ho appena detto descrivendo i Mayfield Four appare incredibile che questo progetto sia vissuto solo l’arco di due album e sia morto. Spesso le dinamiche dell’industria musicale sono spietate e ingiuste. Così la più grande cicatrice musicale si apre sulla pelle di Myles Kennedy diventando parte della sua essenza, senza mai chiudersi e diventando insieme nemica e complice del suo percorso futuro.

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Perché sebbene lo stesso Myles si fosse deciso ad abbandonare la strada della musica, qualcun altro aveva invece un’idea e una visione diversa. Mark Tremonti, compositore principale e talentuosa chitarra dei Creed vede suonare sul palco Kennedy e vede il futuro. La sua intuizione regala una seconda vita a Myles e a se stesso, di riflesso anche a un certo Slash, guitar hero di più di una generazione. Nasce così uno dei casi più incredibili della storia del rock. Myles Kennedy con la sua timidezza a infagottare un talento immenso penetra e sfonda nel mondo dell’alternative.

Da qui il suo sodalizio con Tremonti e gli Alter Bridge per ben cinque album di successo. Slash lo chiama per sostituire Scott Weiland nei Velvet Revolver ma Myles rifiuta l’offerta. Il chitarrista dei Guns N’ Roses non demorde. Lo sceglie per dare un’impronta indelebile alla sua carriera solista che sfocia in innumerevoli live e due album in studio, più uno dove Myles divide la scena con cantanti come Lemmy, Iggy Pop, Ozzy e Chris Cornell. Canta per anni e anni senza quasi sosta, collaborando con decine di artisti. Può cantare brani degli AC/DC (che propone sui palchi di Steel Panther e Gov’t Mule) e persino i Led Zeppelin. Se ne accorge Jimmy Page che lo prova per sostituire Robert Plant alla voce. Non se ne fa niente, ma Myles è comunque arrivato alla punta più alta della sua ascesa professionale. La sua seconda vita è un successo dietro l’altro.

Negli ultimi mesi Myles, ormai padrone del suo destino, decide di chiudere anche questo capitolo e aprirne un altro, denominandolo Year Of The Tiger, l’anno della tigre. Dopo tante collaborazioni è giunta l’ora di buttarsi senza rete di protezione, è giunta l’ora del primo album solista. Il tanto atteso nuovo lavoro è un tributo a se stesso e al suo sofferto e particolare percorso musicale. È anche un tributo alla musica e al rock, al contesto che lo ha visto perdere, trionfare, crescere. Non è l’album che i fan della sua prima vita musicale si aspettavano, quello è andato cestinato ancor prima di venire alla luce come Myles stesso ha dichiarato. Questo è un album per i fan di Myles e per tutti gli altri. C’è tanto blues e ci sono i sapori balsamici dei Led Zeppelin come quelli alternative e ombrosi degli Alter Bridge. Year Of The Tiger è in uscita il 9 Marzo per Napalm Records e abbiamo avuto la possibilità di ascoltarlo in anteprima.

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Year Of The Tiger – Primo singolo e presa di posizione di Myles. Il pezzo è acustico, è autobiografico, è ritmato e la sua voce è protagonista. Il brano di presentazione perfetto.

The Great Beyond – Senza tergiversare troviamo immediatamente il primo pugno in faccia, senza nemmeno vederlo arrivare. Non si scherza in questo album solista e la seconda traccia è già gigantesca, una delle migliori. Potrebbe stare benissimo nel secondo album capolavoro degli Alter Bridge Blackbird, emerge una chitarra elettrica come un fuoco fatuo a rischiarare il buio di una atmosfera drammatica impreziosita da archi.

Blind Faith – già il titolo di per se è un tributo alle radici folk della cultura americana e così lo è tutto il pezzo tra blues e slide guitar.

Devil On The Wall – Lo stile countrieggiante anima il ritmo con una cadenza a battito di mani irresistibile e un ritornello un po’ di maniera ma funzionale.

Ghost Of Shangri La – La prima ballata dell’album è un folk con una melodia accattivante e di sicura presa.

Turning Stones – Il cantato è lieve e sospeso in una frantumazione vocale che si sdoppia come i raggi del sole riflessi attraverso il vetro in un sapore seventies, che ricorda le atmosfere alla Simon & Gurfunkel, per poi esplodere in un ritornello potente e appagante.

Hauted By Design – Il secondo estratto dell’album punta anch’esso sul racconto personale, retto da un giro di chitarra acustica veramente azzeccato.

Mother – Questa ballata dai colori anni 70 è un tributo positivo alla figura materna e all’amore che vince sulla sofferenza e sulla morte, un’antitesi ai temi della mancanza affettiva da parte di padre raccontata nei primi singoli.

Nothing But a Name – Ritorna il mood alternative maturato nell’esperienza Alter Bridge. Il tocco è sempre acustico ma la canzone racchiude una rabbia e una potenza soggiacente che vibra come un nervo sotto pelle. Sembra quasi di sentire influenze del songwriting Tremontiano.

Love Can Only Heal – Sopra un riff che molto ricorda Battle Of Evermore dei Led Zeppelin si dipana il pezzo migliore dell’album. Bellissima, intensa e interlocutoria. Il punto più alto di questo racconto personale in musica a sentimenti e nervi scoperti, canto che si fa ora delicato e ora disperato e accorato nei cori con un assolo qualitativamente ispirato.

Songbird – Ballatona che potrebbe stare indistintamente in un album di Slash come negli ultimi degli Alter Bridge, bel ritornello, bel verso, bel bridge: resa assicurata.

One Fine Day – Pezzo di chiusura, in cui convergono gli elementi apprezzati nell’album in maniera calibrata e funzionale, per un brano che punta sulla positività e fiducia nel futuro come rottura e antitesi al grigiore del presente.

Year Of The Tiger è un album di alternative rock acustico piacevole e melodico ma anche molto profondo e confidenziale. Riesce a rivolgersi ad una platea di estranei ma lancia dei segnali intimi ai fan di sempre che seguono Myles da ormai vent’anni. Buon saggio di dove MK è arrivato e del percorso che ha intrapreso, YOTT è un manifesto in musica della carriera di un artista esploso tardi, ma fortunatamente ancora in tempo, con uno spiraglio da cui si intravede l’anima soggiacente. Un lungo viaggio inizia appena fuori l’uscio di casa propria e questa sua terza vita parte da queste dodici tracce di rock genuino e sincero. L’impressione però è che il meglio per Myles possa ancora arrivare…

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