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I 25 anni di In Utero

I Nirvana pubblicavano In Utero venticinque anni fa, il loro terzo e ultimo album in studio. Dopo il successo inaspettato e impressionante di Nevermind, il gruppo di Kurt Cobain fa una delle tante cose fuori dal comune della propria carriera, impresa che pochissimi gruppi schiacciati dalle grandi etichette musicali si possono permettere di fare.

Decidono di procedere assecondando l’ispirazione e ignorando pressioni e aspettative di tutti. Per questo In Utero è l’album che più di tutti racconta i Nirvana, il più onesto, e quello che è da molti riconosciuto come il vero capolavoro della band.

Approcciare una qualsiasi storia dei Nirvana equivale ad addentrarsi in un dedalo di corridoi dove l’ombra ha la meglio sulla luce, ma è anche un viaggio affascinante sull’arte, sulla musica e sul talento puro. Uno di quei talenti immanenti, che si bruciano a velocità doppia e che rendono i testimoni che lo hanno provato detentori di una fortuna e di un tesoro ineguagliabile.

Questa è la storia di uno dei momenti più alti, drammatici, intensi del rock. E’ il 1993 e i Nirvana tornano dopo il successo mondiale di Nevermind, che ha portato il Grunge alla ribalta mondiale e il rock nelle classifiche pop. In Utero è un album di redenzione, di senso di colpa per essersi concessi al mainstream, per aver venduto l’anima al diavolo del commercio, per aver sacrificato l’arte al mercato. Lo smacco di avere avuto successo facendolo. E’ anche un biglietto di addio, una lettera d’amore per una figlia, un trattato di sincerità disarmante. Il seme di un amore per un eroe caduto che con gli anni continua a crescere in un albero che si staglia nel tempo infinito.

25 ANNI FA…
Steve Albini è un personaggio molto particolare, scomodo, che non ha peli sulla lingua. E’ un produttore/musicista e già figura di spicco all’interno del mondo del rock indipendente e si permette di sparare a zero su pezzi da 90 come Pixies, Sonic Youth e sui Nirvana stessi, definendoli come dei R.E.M. con un po’ di distorsione: “La loro discografia è inutile all’interno del sound di Seattle”. Nonostante questo, finirà col produrre In Utero e a doversi ricredere su molti prematuri giudizi, sui Nirvana per lo meno.

Il patto siglato con l’intransigente produttore prevede più spontaneità sonora, più libertà e onestà artistica nei confronti dei propri fan. Con grande disappunto di tutti quelli che avrebbero voluto un seguito naturale a Nevermind, soprattutto quelli della Geffen. Il terzo album ritorna alla forma grezza dell’esordio Bleach (1989) prodotto da Jack Endino (che qui cura la gestazioni delle prime fasi e dei demo) alternando però dei momenti di estrema estrosità e leggerezza pop. Un percorso libero che non ha paura di virate clamorose, rischiando di far perdere la bussola all’ascoltatore.

Nevermind aveva distrutto le sicurezze di tutti i musicisti rock dell’epoca. Qualcuno è sopravvissuto, molti altri no. C’è chi ha cavalcato l’onda e la menzogna fino a che ha potuto, per poi cadere rovinosamente. Tutti i sopravvissuti, ora invecchiati, ricordano quel periodo come una grande farsa che produceva soldi (il nuovo album degli Alice In Chains, Rainier Fog, è una cruda e sincera retrospettiva su tutto quello che è stato e quello che è rimasto di quell’epoca, sul prezzo che è stato pagato in seguito in termini di vite umane) ma solo uno pareva rendersene conto non dopo, ma durante il fenomeno. Kurt, con il suo talento e con tutta la fragilità del genio, si logorava canzone dopo canzone, concerto dopo concerto sotto gli occhi del mondo intero.

Mentre Dave Grohl alla batteria e Krist Novoselic al basso apparivano sempre sorridenti e a loro agio nei panni delle rockstar, Kurt si adombrava sempre più: i suoi atteggiamenti erano sempre più aggressivi e preoccupanti, e pochi si sono accorti o meglio, a pochi importava che questi fossero sinceri e non l’interpretazione di un personaggio. A pochi è importato fino a che è durata, fino a che Kurt ha aperto gli occhi a tutti, chiudendo per sempre i suoi.

Ho un personale testamento visivo legato a Kurt Cobain. Lo sapevate che l’ultima esibizione televisiva dei Nirvana è stata proprio qui in Italia, all’interno del programma Tunnel presentato da Serena Dandini? Il 23 Dicembre del 1994 in piena promozione di In Utero il gruppo suona Serve The Servants e Dumb negli studi romani del programma. Pochi giorni dopo Cobain tentò il suicidio a Roma nella stanza 514 dell’Hotel Excelsior, e ci riuscì in via definitiva il 5 Aprile di quell’anno. Ho riguardato spesso il video di quell’esibizione e anche ora, appena prima di scrivere queste parole. In maniera più forte che in quello che viene considerato il suo testamento musicale, l’MTV Unplugged di New York (pubblicato postumo ma registrato il 18 Novembre 1993), vedo nello sguardo del cantante tutta la gravità di una decisione già presa.

Cobain a Roma appare come sempre anacronistico rispetto alla solarità e all’energia mostrata da Grohl, Novoselic e Pat Smear. E’ immobile, suona la chitarra nella sua usuale postura da mancino in maniera meccanica, priva di sentimento e di vitalità. Il suo sguardo è perso nel vuoto, in una realtà che è già oltre il suo pubblico, oltre la musica e oltre la sua vita, fatta di una moglie rockstar e di una figlia che non si sente in grado di amare. Kurt ne ha abbastanza, di tutto. Il solco che Nevermind ha creato tra la sua anima e quello che ama è incolmabile. In Utero non lo sta salvando, non funziona. Il suo destino è deciso, come quello del dolore di milioni di suoi fan.

IL DISCO
In Utero non sarebbe dovuto essere il titolo del disco. Si è sfiorata l’eventualità che si chiamasse “I hate myself and I want to die”, da una frase programmatica della personalità cobainiana tratta dai suoi diari, e poi dal titolo ironico “verse, chorus, verse” riferito alla struttura classica della canzone mainstream.

Si decise poi per le parole tratte da una poesia di Courtney Love. Le primissime mitragliate di cinismo provengono dalla già citata Serve The Servants e recitano così: ‘Il disagio giovanile ci ha fatto guadagnare abbastanza, ora sono stanco e annoiato’ e questo è l’epitaffio tombale sulla riottosità giovanile magnificata dal precedente Nevermind, uno dei maggiori successi del rock di sempre. Sarcasmo, disillusione e accettazione sostituiscono la vitalità rabbiosa che è diventato marchio di fabbrica di una band che deve scrollarsi di dosso le etichette che fan e Geffen gli hanno incollato addosso.

Lo fa producendo un disco schizofrenico, sposando gli intenti sovversivi del produttore Steve Albini, abbandonando la produzione artefatta di Butch Vig del precedente album. Il successo di In Utero è ancora di più mal riposto, non solo non cercato ma quasi criticato e scansato come le conversazioni banali a un party. Ma il successo è ormai una scimmia sulla spalla di Kurt Cobain, una maledizione di cui non riesce a liberarsi. E risulta ancora più difficile quando il tuo talento e l’amore per la musica sfornano canzoni come Heart Shaped Box, Dumb e Rape Me, All Apologies e Pennyroyal Tea. Canzoni la cui bellezza è oggettiva, che travalica il tempo, le mode e i gusti. I Nirvana sono ascoltati e amati davvero da tutti. L’accettazione amara dello status di rockstar è definitiva e fatale.

Heart Shaped Box è una canzone dal testo oscuro e provocatorio, che parla velatamente della posizione dominante che Courtney Love sembrava avere nel rapporto di coppia. Il video diretto da Anton Corbijn (che ha seguito quasi tutta la carriera ‘visiva’ dei Depeche Mode) è il più bello prodotto dalla band, anche del più famoso e iconico video della celeberrima Smell Like Teen Spirit. Moltissime sono le figure divenute indelebili nella storia visiva del rock. L’ambientazione grottesca e surreale, i colori saturati, l’anziano prima in ospedale attaccato a una flebo, e successivamente issato su una croce con le cornacchie posate sopra. La bambina vestita come un membro del Ku Klux Klan che cerca di raccogliere dei frutti pendenti da un albero che sono dei feti umani. La donna dalla grande mole che indossa una tutina con disegnati sul davanti gli organi interni umani e dietro ali di angelo (che richiama la copertina dell’album). I membri del gruppo compaiono alternandosi a queste immagini fortissime; come sempre lo sguardo allucinato di Kurt sovrasta tutto.

La vera anima dell’album però risiede in pezzi come Scentless Apprentice, con il suo drumming potentissimo; l’urlo disperato ‘Go Away!’ è il lamento di un’infanzia di abusi e abbandoni. Francis Farmer Will Have Her Revenge In Seattle riferito alla neo nata figlia Francis Beam (perché sembrava un fagiolo) e portante uno dei cardini emozionali della vita di Cobain: ‘I miss the confort in being sad’. Agganci al sound dell’esordio sono Very Ape, l’oscura e sabbathiana Milk It che rallenta e appesantisce l’atmosfera come un ospite indesiderato, la dissonante Radio Friendly Unit Shifter, la furia di Tourette’s.

Questi momenti di estremismo sonoro tipico del loro sound seminale, si alternano alla grandissima fruibilità dei brani più conosciuti dell’album, persino alla sfacciata e sopra le righe Rape Me, bandita dalle esibizioni pubbliche per l’estremità delle tematiche affrontate. In Utero è tutto questo, la violenza e la tristezza, il risentimento, la disillusione. La magia delle melodie e degli archi che lo chiudono con All Apologies, che introduce soavemente l’atmosfera da salotto intimo che verrà fotografato in seguito dalla bellezza eterna del concerto Unplugged di New York.

E OGGI…
“Abbiamo provato a chiamarlo ma non rispondeva”, dice Krist Novoselic per rispondere in maniera alquanto ironica alle polemiche dei fan riferite alla recente rimpatriata avvenuta a Seattle con i vecchi compagni Dave Grohl e Pat Smear. Durante questo breve ritrovo, i tre hanno suonato Molly’s Lips, canzone originariamente dei The Vaselines, gruppo molto caro a Cobain (Molly’s Lips è presente nella raccolta Incesticide mentre durante il concerto MTV Unplugged in scaletta c’era la deliziosa Jesus Don’t Want Me For A Sunbeam). Novoselic esprime così il desiderio di milioni di fan in tutto il mondo, desiderio rimasto immutato nella sua forza e potenza fin da quel 5 Aprile del 1994. Kurt Cobain non ci risponde più. Continua a farlo sulle note delle sue canzoni, con le parole dei testi e dei suoi diari. Il travisamento delle sue tematiche, dei suoi sentimenti, è reso meno grottesco ora che sono passati due decenni da quell’ondata ubriacante di notorietà e successo.

In Utero ha il merito umano e artistico di fare luce su questo disguido, su questa incomprensione fatale che ha logorato l’anima di Kurt Cobain. Cobain aveva un mondo di esperienze, di amori e di sofferenze che voleva esternare tramite l’arte e la musica. Il successo, il teatrino del Grunge, lo hanno schiacciato sotto la contraddizione deformante del successo stesso, che ha portato i suoi messaggi ad una quantità di persone mai vista prima, lo ha trasformato in un profeta del rock e di una generazione, ma allo stesso momento lo castrava nella spontaneità e nell’esternazione della sua natura umana più profonda e nascosta.

Lo ricopriva di menzogna, una vergogna che Cobain alla lunga non è riuscito a sopportare. Questo strato di marcio veniva appesantito, ed in qualche modo nutrito, da tutte quelle cose che in una condizione normale sarebbero state salvifiche. L’amore dei fan, della famiglia (per quanto disastrata), rendevano ancora più insopportabile questa enorme bugia. La responsabilità di essere onesto con il suo pubblico, con se stesso, con sua figlia, ha trasformato la vita di Cobain in una tortura. L’amore senza confini che gli viene dai fan della generazione che lo ha vissuto (ma anche da quella successiva che vive di testimonianze) deriva per la maggior parte dalla sincerità furiosa di Cobain. Kurt è da sempre il simbolo del non allinearsi, del non seguire le mode. Per questo diventare una moda lui stesso lo ha ucciso.

Ma il bello è questo: il seme di quel sentimento del non conformarsi è sepolto sotto la musica dei Nirvana, e chiunque può prenderlo e farlo crescere dentro di se, utilizzando come insegnamento gli eventi tragici della vita di Kurt. In Utero è ancor più di Nevermind manifesto dell’anima pura dei Nirvana, un album crepuscolare che ha goduto di un riaffiorare in superficie di tutte le ferite di Cobain, ma che nonostante questo non è servito come catarsi per salvargli la vita. Come consolazione, possiamo dire che in questo senso ha salvato un numero incalcolabile di altre vite, aiutandole a raccapezzarsi nella vita in mezzo a tutte le macerie fatte di menzogne, in mezzo a tutte le scuse.

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