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It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back dei Public Enemy compie 30 anni

Il 28 giugno 1988 usciva It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back, il secondo album dei Public Enemy e considerato da molti come uno dei migliori della loro intera discografia. Resisterà per quasi un anno in Billboard 200 e riuscirà ad ottenere un buon seguito anche in Europa, continente che stava solo timidamente apprezzando un genere che Oltreoceano aveva già iniziato a macinare numeri.

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TRENT’ANNI FA…
Per comprendere l’impatto del disco bisogna ragionare su due fronti. Il primo è il fatto che l’uscita è avvenuta nel pieno della Golden Age Of Hip Hop, l’epoca d’oro che ha sfornato artisti da milioni di dischi venduti e che per la prima volta ha attirato l’attenzione dei brand internazionali (ricordiamo ad esempio il legame tra i Run DMC, all’epoca il nome più importante del lotto, e il colosso dello sportwear tedesco Adidas. Il 1988 è anche l’anno di quello che sarà il vero e proprio terremoto di un genere, lo spartiacque che poi porterà al Gangsta Rap che raggiungerà il suo apice negli anni Novanta.
L’altro scenario nel quale si colloca il secondo album dei Public Enemy è la New York City di fine anni Ottanta. La Grande Mela è una polveriera e la violenza per le strade era arrivata al punto di non fare più notizia. Un articolo del New York Times pubblicato a dicembre di quell’anno decretò il 1988 come l’anno del record di omicidi. Una situazione migliore rispetto agli anni Settanta, anche grazie al sindaco Ed Koch, ma che vedrà la microcriminalità debellata solo negli anni Novanta con la famosa “tolleranza zero” di Rudolph Giuliani.

IL DISCO
Un disco nato in un momento di fermento creativo di una band formatasi a Long Island solamente due anni prima e che, nel 1987, rilasciò il debutto Yo! Bum Rush the Show uscendo direttamente con il top sulla piazza, ovvero la Def Jam di Rick Rubin. Un album scritto durante il primo tour, con l’ambizioso obiettivo di diventare l’equivalente hip hop di What’s Going On di Marvin Gaye, incentrato attorno alla voce di Chuck D che grazie a questo lavoro consolida il suo ruolo di cantore del nazionalismo nero. Il brano più iconico, Fight the Power, uscirà nel 1989 ma It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back contiene importanti hit come Don’t Believe The Hype (critica alla politica nordamericana dell’epoca), Bring The Noise, Party for Your Right to Fight e quella Prophets Of Rage che darà il nome ad un futuro progetto di Chuck D. L’album otterrà un enorme successo di vendite (500.000 copie in un mese) e di critica, guadagnandosi importanti posizioni nelle classifiche degli esperti di settore. Ma l’omaggio più sentito arriverà da un mondo che sulla carta può sembrare agli antipodi rispetto all’hip hop. Gli Anthrax, i “vicini di casa” metallari di Chuck D e soci (letteralmente, visto che arrivano dal Queens), nel 1991 faranno una cover di “Bring the noise”, riadattandola al loro stile thrashcore. Una delle cose più clamorose di inizio anni Novanta, anche solo per il fatto che nel riarrangiamento sono stati coinvolti gli stessi Public Enemy, con il povero Joey Belladonna (cantante degli Anthrax) relegato a (far finta di fare il) dj.

…OGGI
A distanza di trent’anni It Takes a Nation of Millions to Hold Us Back è considerato ancora oggi uno dei più importanti atti politici pubblicati in ambito musicale. Un manifesto che lancia nell’olimpo dei grandi, a pochi anni dalla fondazione, i Public Enemy e che ha trovato spazio nelle classifiche di settore: considerato da alcuni come il disco hip hop più bello di sempre è sicuramente tra quelli più importanti della musica contemporanea. Un album apprezzato dagli appassionati di hip hop (Beastie Boys e Jay-Z hanno usato dei campioni da questo lavoro nel corso degli anni) ma che vanta anche fan inaspettati, come i My Bloody Valentine e Kurt Cobain: il leader dei Nirvana, infatti, lo indicò come uno dei suoi album preferiti.

Nicola Lucchetta

Foto di Onstage - Testo di Nicola Lucchetta

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