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Operation: Mindcrime dei Queensrÿche compie 30 anni

Parlare di uno dei migliori album di tutti tempi non è affatto semplice. Operation: Mindcrime è il terzo disco dei Queensrÿche, un lavoro che ha permesso alla formazione di Seattle di diventare all’epoca uno dei nomi più immensi della scena hard & heavy, oltre che di entrare nel ristretto firmamento dei gruppi rock capaci di scrivere quei concept rimasti nella storia, di fianco a colossi come The Wall dei Pink Floyd e Tommy degli Who.

30 ANNI FA…
Non esagero parlando in questi termini di un disco che identificò i ‘rÿche tra gli alfieri assoluti di una scena progressive metal americana che nel 1988 annoverava tra le proprie fila Fates Warning e una promettente band chiamata Dream Theater. Un’era assolutamente irripetibile, dove accanto alla furia del thrash metal e ai lustrini glam, si affiancavano fierissimi quelli capaci di fondere il power di stampo US con la classicità dell’heavy. A Seattle a dire il vero in quegli anni andava ben altro genere musicale, tuttavia i Queensrÿche sfondarono presso il grande pubblico grazie a Mindcrime e soprattutto al successivo (favoloso ma molto più orecchiabile) Empire di due anni dopo, che diventò triplo platino negli USA. Chris DeGarmo e Geoff Tate erano i volti da copertina, oltre a essere il primo principale compositore ed eccellente chitarrista, e il secondo una delle migliori voci del panorama heavy anni ottanta insieme a Rob Halford (Judas Priest) e Bruce Dickinson (Iron Maiden).

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IL DISCO
Mindcrime dicevamo. Quella parola che fa diventare Nikki – il protagonista del concept – un burattino nelle mani di Doctor X, misteriosa figura a capo di un gruppo segreto di rivoluzionari che uccidono leader politici. Nikki è un tossicodipendente, deluso dalla corruzione, dalle disuguaglianze e dall’ipocrisia che regna nella società contemporanea, infastidito da tutto quanto gli viene raccontato dalla televisione (un quadro clamorosamente attuale anche oggi, a ben trent’anni di distanza dall’effettiva release dell’album).
Nikki nei primi secondi del disco giace su un letto di ospedale e inizia lentamente a ricordare la triste storia che verrà a breve raccontata in un disco che, musicalmente, ci presenta un quintetto al top della forma: guidati dalla voce assolutamente esagerata di Geoff Tate e dalle trame chitarristiche che il duo DeGarmo-Wilton cuce addosso a ogni pezzo, sorretti dalla potenza di Rockenfield dietro le pelli e dalla precisione di Eddie Jackson al basso, i Queensrÿche si impongono senza fatica tra le migliori rock band del periodo.
La trama si sviluppa rapidamente, tra mid tempo con ritornelli da stadio (Revolution Calling ma anche Breaking The Silence e I Don’t Believe In Love), accelerazioni heavy (Spreading The Disease e The Needle Lies) e virtuosismi assortiti. La lunga Suite Sister Mary è una delle più apprezzate dai fan, picco emozionale di una situazione che diventa sempre più complicata e drammatica fino alla conclusione del disco con Eyes Of A Stranger. Fu proprio questa incredibile capacità di narrare una storia attraverso brani di altissimo livello a premiare i Queensrÿche, abili nel mettere la propria tecnica e perizia esecutiva al servizio di una manciata di canzoni concatenate in maniera perfetta tra loro, finalizzandole ad accompagnare un plot che nel suo svolgimento appare anche oggi tutt’altro che scontato.

DAL VIVO
Tra il 1988 e il 1989 i Queensrÿche andarono in tour con band di primo piano come Def Leppard, Guns N’ Roses e Metallica, mentre il primo tour da headliner (1990) li vide viaggiare per ben 18 mesi. Da questa enorme leg, fu tratto il live album Operation: Livecrime, che immortala i Nostri mentre ripropongono dal vivo il concept di Mindcrime. La band sfruttò la possibilità di costruirsi un set a proprio piacimento, rimettendo in scena l’album che le aveva dato la notorietà, proponendo uno show di oltre due ore in cui regalava all’audience anche vecchi classici (un metallaro propriamente definito non può non conoscere Road To Madness e Walk In The Shadows) e brani di Empire. La resa live e l’impatto furono eccezionali, e gli standard per chi volesse suonare heavy e progressive nelle arene si alzarono ulteriormente.

…OGGI
Il successo che travolse repentinamente i Queensrÿche fu probabilmente la causa che li portò al collasso in breve tempo. Se da un lato la band riuscirà a diventare ancora più grande con l’album successivo, le tensioni al proprio interno aumentarono esponenzialmente al termine dell’estenuante tour di supporto a Empire. I ‘rÿche pubblicarono Promised Land (1994, album più che discreto) e Hear in the Now Frontier (1997, flop di idee e di vendite) prima di dover affrontare l’inevitabile split con DeGarmo a causa di divergenze artistiche insanabili. Per molti fan, la carriera della band terminò qui.
Wilton, Rockenfield e Jackson iniziarono una lunga convivenza (forzata?) con Geoff Tate (e famiglia, dato che moglie e figlia nel tempo diventeranno rispettivamente manager e responsabile del fan club ufficiale), pubblicando dischi tutt’altro che indimenticabili e affrontando un inevitabile ridimensionamento. Giocarono anche la carta nostalgia, registrando un Mindcrime II nel 2006 con la partecipazione del compianto Ronnie James Dio, puntando quindi sui soldati con American Soldier (2009). Il punto più basso tuttavia fu raggiunto quando la situzione tra Tate e gli altri tre membri della band precipitò del tutto: si arrivò prima alle mani, quindi il cantante venne licenziato, infine si giunse inevitabilmente in tribunale per decidere a chi spettasse l’utilizzo del nome del gruppo. Attualmente Tate e i Queensrÿche procedono per la propria strada in modo indipendente, incidendo dischi e facendo concerti, provando a far dimenticare ai fan (rimasti) un nuovo millennio assai avaro di soddisfazioni. Un finale piuttosto desolante per un gruppo che è stato davvero in cima alla catena alimentare diverso tempo fa, grazie ad abilità superiori alla media, che ha inciso un album capolavoro che deve essere adeguatamente celebrato e fatto conoscere agli amanti della musica di qualità.

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